di Rimmon Lavi
Non riesco a pensare ad altro che a quanto succede ancora a Gaza e ai pogrom sanguinosi che i “giovani coloni” perpetuano in Cisgiordania quasi ogni giorno, sotto la protezione dell’esercito israeliano. Il mio turno settimanale, giorno o notte, a difendere campi di beduini vicino a Gerusalemme, molestati da “pastori ebrei” tra i 12 e i 20 anni d’età non basta per calmare la mia coscienza. Dato che il prossimo numero di HaKeillah apparirà proprio prima delle elezioni parlamentari in Israele previste per il 27.10.26, devo dedicare queste righe alla speranza che queste, viste come “fatali” per l’avvenire dello stato, possano veramente cambiare la situazione. Da quando sono arrivato in Israele nel lontano 1966, tutte le elezioni erano dette “fatali” ma, eccetto che nel 1977, nessuna ha prodotto un vero cambiamento radicale, a breve termine, della politica del Paese.
Anche questa volta la differenza tra la supposta sinistra e la destra è, in fondo, solo tra “stato ebraico” e “supremazia ebraica”, mentre per il resto il discorso è poco differenziato, malgrado l’ostilità acuta e l’odio reciproco: né sull’economia e la politica sociale e neppure sulla sicurezza e le relazioni col “nemico”, specialmente palestinese. Entrambe le eventuali prossime coalizioni non fanno proposte diverse dal non come continuare a “governare” con la sola potenza militare la presente situazione bloccata. Ognuno crede di saper “dirigere” meglio dell’altro, con più o meno violenza, concessioni umanitarie e vittime civili. Forse anche ognuno crede di saper “smerciare” meglio all’estero le “ragioni” d’Israele.
Secondo i sondaggi non ci sarà netta decisione tra i campi in lizza: non solo, ma come durante le ripetute elezioni tra il 2019 e il 2021, basta “comprare” con promesse di nomine ministeriali alcuni deputati delle numerose liste di centro poco differenziate per far passare la bilancia di maggioranza da una parte all’altra. Io, dunque, mi aspetto un nuovo ciclo di elezioni senza solida maggioranza che possa prendere decisioni “fatali” sulla situazione veramente gravissima su tutti i fronti, interni ed esterni, a cui ci hanno portato il governo d’estrema destra, l’alleanza cieca con Trump e l’illusione di perpetuare, con la forza, l’egemonia ebraica in Medio Oriente. Forse, dunque, il massimo che può sperare chi si vergogna come me di quanto viene fatto anche a suo nome, è di vedere bloccati solo per breve periodo dall’esercito e la polizia i teppisti ebrei che oggi terrorizzano i palestinesi civili in Cisgiordania.
La situazione è piena di contraddizioni, ma non tra i campi in lizza. Dopo il pogrom terribile a sorpresa di Hamas del 2023 l’opinione pubblica è sicuramente scivolata molto a “destra”: più nazionalismo etnocentrico ebraico, più desiderio di vendetta generalizzata contro tutti gli arabi, meno disponibilità a possibili trattative e accordi con il “nemico”, meno speranza in un futuro di pace e di sicurezza civile e non militare. A parte chi segue ciecamente Netanyahu qualsiasi cosa lui faccia o dica, molti in Israele non possono dimenticare la responsabilità sua e del suo governo per il crollo del 7 Ottobre: l’aver finanziato per anni Hamas a Gaza per dividere i palestinesi e perpetuare l’occupazione in Cisgiordania, l’aver indebolito l’apparato di sicurezza, nella certezza di politici e militari che Hamas fosse dissuaso di fronte alla deterrenza israeliana. Quindi la prima contraddizione è tra la tendenza a destra di gran parte dell’elettorato ebraico e la speranza generale di buttare giù proprio l’attuale coalizione di estrema destra, viene ritenuta responsabile della maggiore tragedia del popolo ebraico dopo la Shoà e di nominare finalmente una commissione d’inchiesta su quanto è successo.
Altra contraddizione è all’interno stesso dell’attuale coalizione e del blocco di destra con cui Netanyahu cerca di restare al potere: da una parte la belligeranza estrema dei messianici nazionalisti e razzisti seguaci dei rabbini Kook e Kahana, cioè Smotrich e Ben-Gvir, tra i coloni più violenti e i sionisti-religiosi, che fanno con entusiasmo il servizio militare, “brillano” nelle liste dei caduti nelle guerre di vendetta che vorrebbero continuare all’infinito; dall’altra parte il rifiuto totale dei partiti ortodossi alla leva militare, anche per i membri delle loro comunità che non continuano gli studi talmudici ma non rinunciano alle elargizioni enormi dal tesoro statale. L’esercito avrebbe bisogno almeno di 12 mila reclute per poter compiere le missioni, imposte dal governo, sui fronti di Gaza, Libano, Siria, Yemen e Iran e anche in Cisgiordania, dove la situazione è gravissima appunto per l’espansione delle colonie e la violenza dei “giovani” coloni. E i soldati di riserva sono estenuati da 3 anni di turni continui e ripetuti, lontano dalle famiglie, dagli studi, dal lavoro.
Anche all’interno di quello che dovrebbe essere il blocco contro Netanyahu e la sua coalizione di estrema destra con gli ortodossi, le contraddizioni sono quasi inconciliabili: quelli più di destra rifiutano qualsiasi collaborazione con liste arabe (senza le quali, quasi sicuramente, non ci sarà maggioranza alternativa) e promuovono la formazione di una larga coalizione “sionista”, senza arabi e ortodossi, ma eventualmente assieme a Netanyahu e agli estremisti fascisti; altri invece combattono per la difesa della democrazia e dello stato di diritto per i soli ebrei, di fronte alla corruzione politica normalizzata ormai dal maggiore partito, il Likud e dai coloni per comprare la collaborazione delle liste ortodosse; pochi, relativamente, capiscono che non può esserci vera democrazia senza lotta per l’eguaglianza tra tutti i cittadini e azione diretta per terminare le guerre e l’oppressione dei palestinesi nei territori occupati da quasi 60 anni.
Non solo, ma molti nella buona borghesia liberale, colta, democratica e umanista, sono legati direttamente o indirettamente agli interessi e ai guadagni dell’industria tecnologica militare e cibernetica che fioriscono proprio con le guerre. Queste fanno d’Israele il miglior campo sperimentale e salvano l’economia e le azioni dal crollo che sarebbe stato previsto con più di tre anni di mobilitazione quasi generale, circa 100 miliardi di euro di spese belliche, centomila professionisti espatriati e circa 250 mila sfollati per anni, molti dalle case distrutte[1]. Non per nulla, la maggioranza dell’opposizione rifiuta gli slogan per la pace, la fine delle guerre e accordi con i palestinesi.
Malgrado le contraddizioni interne, Netanyahu riesce a mantenere unito il blocco dei suoi fedeli, delle liste d’estrema destra e degli ortodossi, donando a ognuno quello che vuole anche contro gli interessi dello stato (denari, esenzione alla leva, leggi anticostituzionali, nuove colonie ed espropriazioni di terre, cariche ministeriali, impieghi statali, incarichi pubblici etc.). Mentre le liste per una eventuale alternativa sono in lotta continua tra di loro, anzitutto su chi sia il candidato a formare il governo: già nel precedente tentativo di formare un governo di alternativa nel 2021, il capo di una piccola lista di soli 6 deputati, Bennet, riuscì a ottenere la nomina, minacciando altrimenti di passare al campo di Netanyahu. Anche adesso certi capilista d’alternativa, seppure per ora siano in bilico sulla soglia di sbarramento (3,25%), sperano di ripetere la manovra di allora. Netanyahu riuscì allora a smembrare in poco tempo le liste di centro e tornare al potere. Si teme anche, che molti voti saranno sprecati, diminuendo la possibilità di rovesciare l’attuale coalizione.
Le contraddizioni fioriscono anche tra le liste arabe, che non riescono ad ottenere vera influenza politica, né come opposizione effettiva, né con una coalizione alternativa da cui sono respinti: non riescono così a combattere la politica razzista del governo attuale e le mafie dolose e armate che da qualche anno rendono impossibile la vita nel mondo arabo israeliano. Così persistono i gravi problemi civili dovuti alla discriminazione da parte di tutti i governi ebraici. Oltre alle rivalità personali, alle tendenze laiche o religiose, liberali o sociali, i politici arabi non riescono ad accordarsi sull’eventuale cooperazione con liste ebraiche la cui posizione contro l’occupazione dei territori palestinesi sia chiara.
Oltre a quelle citate, aggiungo una contraddizione personale e interna a me stesso: per la prima volta dalla mia aliyà nel lontano 1966, mi trovo a partecipare non solo da osservatore ed elettore critico, che decide all’ultimo momento per quale lista meno criticabile possa votare, e poi rimpiange il voto stesso. Per la prima volta, appunto, posso identificarmi con un partito, cui ho aderito – ma per il quale probabilmente non voterò, che anzi cerco di convincere a non presentarsi alle elezioni: infatti dai sondaggi sembra che non passerebbe la soglia di sbarramento. “Posto per noi tutti”, (Likulina Makan / Makom Lekulanu in arabo ed ebraico) partito arabo-ebraico paritetico anche tra uomini e donne, che pone come mete principali la fine delle guerre e dell’occupazione di un popolo sull’altro in Terra Santa, la ricerca della pace, l’uguaglianza tra i cittadini e la giustizia sociale. È proprio ciò che mi mancava da sempre, al contrario di liste con un rappresentante di facciata, arabo, druso, ebreo, etiope, orientale, russo, tra altri etnicamente puri. Credo che una lista veramente egualitaria potrebbe portare al cambiamento di fondo della società israeliana, in cui la vera democrazia liberale non ha preso profonde radici. Anche le buone intenzioni della Dichiarazione d’indipendenza del 1948 non sono mai state codificate in Costituzione. Del resto, il popolo che ha più sofferto di discriminazioni e persecuzioni ha sicuramente promosso negli anni dopo la Shoà le convenzioni contro il genocidio e in favore dei rifugiati di guerra, ma non le ha implementate se non per i soli ebrei. Ecco, dunque, che in seguito alla mia attività nel movimento civile arabo-ebraico Standing Together, da cui è sorto questo nuovo partito, posso finalmente prendere netta posizione politica.
Ma allora perché sono ancora in aria? Pare che molti giovani arabi, tra i quali l’astensione è di regola, pensino per la prima volta di venire a votare proprio per questa lista innovativa, delusi dalle liste tradizionali che non riescono a influenzare decisioni sulla loro realtà quotidiana e sul loro avvenire. Invece sembra che siano ancora pochi, purtroppo, tra gli ebrei, quelli delusi definitivamente dalle liste in campo: molte promettono che basti la scomparsa del Netanyahu dalla scena politica dopo 30 anni per rinnovare l’Israele ideale della propaganda sionistica, anche senza spiegare come uscire dall’impasse attuale su tutti i fronti, interni ed esterni. Quasi tutte si adornano di ex-generali dell’esercito, delle stesse posizioni contraddittorie e vaghe e delle stesse concezioni etnocentriche e militaristiche come all’interno della coalizione attuale.
Come dicevo all’inizio credo che non ci sarà netta decisione a ottobre, e prevedo nuove elezioni entro un anno: se non sarà accusato di aver sprecato voti contro Netanyahu, il nuovo partito potrà diventare la promessa di vero cambiamento per molti cittadini sofferenti per l’attuale deterioramento morale, sociale, politico e persino di sicurezza dello Stato d’Israele.
Gerusalemme, 1/9/2026
[1] Da un articolo di Guy Rolnik, redattore capo di The Marker, il settimanale economico di Haaretz





