Leggendo il “punto di vista” di Giorgio Mortara Ascoltare Geremia, perseguire la giustizia a voce alta, pubblicato su Moked del 17.8.2026, volevo complimentarmi con lui. Ho anche ammirato il suo coraggio e gli auguro di non avere noie… Per questa ragione, con l’aria che tira, mi scuso se non firmo questa mia lettera.
Di Geremia (“una voce di lamento si ode da Sion”) abbiamo già parlato a Tishà beAv, ma temo che molti, qualche rabbino compreso, avranno pensato: “Cosa c’entra Geremia con la situazione attuale?”.
Veniamo allora alla situazione attuale. Non si può non partire dal 7 ottobre. Forse non abbiamo ancora capito appieno cosa abbia rappresentato e rappresenti per Israele e per la Diaspora quella orribile, bestiale strage, numericamente la più grande dopo la Shoah, nel paese più sicuro per gli ebrei … Fra l’altro, non so perché i governanti di Israele non siano stati (ancora?) processati quando, con i mezzi a loro disposizione (a cominciare dallo Shin Bet), questa tragedia si poteva evitare. Il desiderio di giustizia è stato sacrosanto. Ma purtroppo – confessiamolo – c’è stato e c’è ancora un forte desiderio di vendetta (anche se “La vendetta appartiene a Me” Devarim 32,35). C’è chi, sui social, auspicava addirittura il lancio di una bomba atomica su Gaza, chi si augurava che i palestinesi morissero di fame fino ad arrivare al cannibalismo, e così via. Ho perfino sentito con le mie orecchie un rabbino (non italiano) dichiarare: “Bisogna uccidere anche i bambini, sennò dopo si vendicherebbero”.
Ma ora dopo quasi tre anni la situazione è un po’ diversa. Gaza è stata distrutta (e a Parigi si balla), i morti palestinesi (una buona parte innocenti) sono stati tanti, quel ridicolo Board of Peace voluto da Trump mi pare che non abbia realizzato granché… Ora l’attenzione si è spostata sulla Cisgiordania e sui coloni “terroristi” (e se lo dice, fra gli altri, l’amico ambasciatore degli USA in Israele c’è da credergli…). Del resto, fin dalla Guerra dei sei giorni, l’idea della Destra era di ricostruire la Grande Israele, costi quel che costi (soprattutto agli altri).
Infine, per quanto riguarda gli ebrei italiani (amiamo certamente Israele, oltre al fatto che molti nostri parenti vi abitano) concordo con Giorgio Mortara quando si rammarica del fatto che una parte significativa del mondo rabbinico e dei maîtres à penser religiosi e non solo scelga spesso di non prendere posizione pubblicamente, almeno sui nostri giornali. Credo purtroppo che questo non accada per neutralità ma perché fondamentalmente molti di loro, anche in Israele, apprezzano Netanyahu, e molto probabilmente anche Smotrich e l’ineffabile Ben-Gvir.
Ovviamente, questo “punto di vista” non può che essere superficiale, ma mi sono sentito in dovere di commentare così l’articolo di Giorgio Mortara che ho citato all’inizio: קוֹל קוֹרֵא בַּמִּדְבָּר (Isaia 40,3) Una voce proclama: “Sgomberate la via del Signore nel deserto…” 1.
Lettera firmata
1 Traduzione di Rav Dario Disegni

Isaia 40,3





