di Simonetta Diena

 L’autrice dell’articolo è Medico Specialista in Psichiatria.
Membro Ordinario con Funzioni di Training della Società Italiana di Psicoanalisi.
Full Member and Training Analyst of the International Psychoanalytical Association.

Non è semplice fare una recensione ad un libro così ampio e complesso come questo. David proviene da Tripoli, terra che lascia dopo il pogrom del 1967, per stabilirsi in Italia. È poliglotta: conosce l’arabo, l’ebraico, il francese, l’italiano, l’inglese, il tedesco, il che gli permette di leggere direttamente nella loro lingua originale molti lavori che invece spesso la traduzione tradisce o, peggio, la mancata traduzione impedisce di conoscere. In questo libro c’è un compendio di numerosi fatti e conoscenze, alcune molto note, altre sconosciute ai più.

Il libro si articola intorno a tre argomenti fondamentali, sviscerati attraverso numerose ricerche storiche. Il primo riguarda il complesso rapporto tra Freud e Jung sviluppatosi a partire dal 1908, con l’ingresso di Jung agli incontri del mercoledì a casa di Freud, fino al 1913, interrottosi per divergenze profonde: teoriche, religiose, caratteriali. Il secondo riguarda la figura di Sabina Spielrein, ponte tra i due giganti della psicoanalisi. Il terzo la nascita e lo sviluppo dell’antisemitismo in Europa e la sua ricaduta sulla psicoanalisi. Possiamo aggiungere un altro elemento trattato e cioè una discussione, tra le migliori che abbia letto, su “L’uomo Mosè e la religione monoteistica” scritto da Freud alla fine della sua vita.

 

Incontro Freud – Jung

“Parlare, narrare, uscire dal silenzio, sono un passaggio ineludibile per un percorso di riappropriazione della propria esistenza” ricorda Meghnagi. Jung rimane sedotto da questo nuovo approccio clinico di Freud e ne approfitta per avvicinarsi alla sua scuola e lasciare Zurigo e la clinica psichiatrica universitaria Burghölzli diretta da Eugen Bleuler, dove peraltro lavoravano e si erano avvicendati in quel periodo importanti esponenti della psichiatria fenomenologica e della psicoanalisi. Contemporaneamente per Freud è importante che la psicoanalisi non sia solo una disciplina ebraica e accoglie con grande favore il nuovo discepolo, soprattutto perché ha da poco rotto l’amicizia con Breuer e per Freud il continuo scambio di lettere e di discussioni cliniche coi colleghi è fondamentale. Ma sono anche anni in cui quest’ultimo si avvicina non solo a quella che diventerà poi la psicoanalisi, ma è anche attratto dall’ipnosi, da cui inizia e anche da alcune teorie di Fliess. Poi Meghnagi aggiunge una curiosa reminiscenza dei suoi originari studi ebraici con una certa attenzione agli aspetti più mistici e cabalistici in vigore in certe comunità dell’Est Europa.

Possiamo pensare che, con “L’interpretazione dei sogni”, Freud inizi un percorso che lo inserisce nella main stream scientifica della ricerca, abbandonando strade più esoteriche. Nel contempo invece Jung si impelaga con la vicenda di Sabina Spielrein e gli chiede l’aiuto per trovare una via d’uscita. Freud sostiene la Spielrein che entra a fare parte del suo gruppo del mercoledì e introduce per prima il concetto di pulsione distruttiva. Peccato che Freud, accennando per iscritto a Jung della pubblicazione dell’articolo della Spielrein parli “della piccola” che ha ancora molto da imparare. Jung in quegli anni frequenta spesso la casa di Freud. La frattura tra Freud e Jung passa da molti elementi. Meghnagi sottolinea molto la profonda differenza tra l’ebraismo freudiano e il crescente antisemitismo junghiano che con la salita al potere di Hitler arriverà a toccare vertici di franco antisemitismo ed esaltazione della razza ariana.

Ad una lettura più tarda le opere di questi due giganti sembrano incontrarsi e scontrarsi, come onde del mare.
Prendiamo ad esempio il concetto di transfert.
Per Freud questa idea è fin dall’inizio “a blessing in disguise”, e dice che vi si era trovato all’inizio della professione “assai vicino” a cadere nella trappola, ma aveva trovato “a narrow escape”. (Lettere Jung Freud, 1906-1913).
Jung ha vent’anni in meno di Freud ed è meno saldo nel rifiutare le profferte amorose delle sue pazienti, anche se, cento anni dopo circa, possiamo dire che forse anche Jung non fosse del tutto estraneo a questo transfert erotico. Sicuramente ha una storia d’amore con Sabina Spielrein, che lascia profonde tracce nei protagonisti, in Freud, cui Jung si rivolge per aiuto, e in Jung, che a malincuore abbandona questa relazione. Ne seguiranno altre, di avventure di Jung, che rivelano come l’analisi del transfert non sia mai stata il nucleo centrale del suo lavoro, ma ormai il dissidio e la rottura con Freud era diventata totale.

Un altro argomento di vicinanza e distacco rimane il concetto di Inconscio collettivo, che per Jung definisce una parte profonda della psiche comune a tutti gli esseri umani e non derivata da esperienze personali. Gli archetipi sono contenuti nell’inconscio collettivo e sono modelli originali, come l’Ombra, l’Anima, la Madre. E sono costanti, non soggetti a rimozione.
Per Freud l’inconscio è invece soprattutto personale, soggetto a rimozione, come viene trattato nella prima e nella seconda topica e l’inconscio collettivo in Freud possiamo ritrovarlo nei suoi scritti più “sociali” come il Mosè o Totem e Tabù, e inserito nel concetto del transgenerazionale nella psicoanalisi freudiana contemporanea. (“Il contenuto dell’inconscio è già comunque collettivo”, Freud, 1935)

Il vero punto, successivo di molto alla rottura del loro rapporto, della distanza tra Freud e Jung risale comunque alla questione ebraica. Jung non esita a schierarsi a favore del nazismo, anche se molti dibattono questa netta posizione, che però trova inequivocabili riscontri nel libro di Meghnagi. (per esempio, nella fondazione della Società Psicoanalitica Junghiana si scrive che vi possono esservi solo il 10 per cento di ebrei).
Dall’altra parte Freud si ritrova verso la fine della sua vita e già molto malato a fare i conti con l’invasione dei nazisti dell’Austria, la fuga della sua famiglia a Londra e la morte delle quattro sorelle e delle loro famiglie a Terezin e ad Auschwitz.

 Sabina Spielrein

Il secondo punto riguarda la figura di Sabina Spielrein, già paziente di Jung al Burghölzli e poi diventata sua amante con grande disappunto dei genitori e dello stesso Freud che aveva messo in guardia l’amico, memore dell’esperienza di Breuer con Anna O. Freud offre alla donna un periodo d’analisi che lei, con molta saggezza, rifiuta. Qualcosa, comunque, si è mosso perché questa giovane donna, brillante medico e psichiatra, e in seguito psicoanalista e promettente musicista, guarisce dai suoi disturbi nevrotici e si trasferisce nuovamente in Russia. È interessante la presenza nella vita professionale di Freud dei russi, a partire dal famoso uomo dei lupi, presenza che si intreccia con le vicende storiche della Russia, come più tardi accadrà con l’avvento del nazismo e la Seconda guerra mondiale. La psicoanalisi non rimane immune ovviamente né come Società, né come orientamento ideologico, né come proliferazione di nuove teorie e scuole di pensiero, ai grandi mutamenti della storia. Purtroppo, Sabina Spielrein ne rimane incastrata e da un lato e dall’altro. Dopo avere fondato a Mosca con Vera Schmidt l’Asilo Bianco, un asilo antiautoritario che aveva come base le teorie psicoanalitiche appena nate, si sposa con il medico russo Pavel Scheftel ed ha due figlie, Renate ed Eva. Marito e forse la figlia minore cadranno vittime delle purghe staliniste, mentre Spielrein e la figlia maggiore o anche quella minore che si erano rifugiate nella città natale di Rostov, vengono massacrate dai nazisti durante l’operazione di pulizia etnica avvenuta nel 1942. Purtroppo, qui le notizie storiche divergono: c’è chi fa risalire la sua morte al massacro dell’agosto del 1942 noto come massacro di Zmieskaya Balka dove in una gola profonda, una sorta di spaccatura della montagna, le Einsatzgruppen naziste massacrano 27000 ebrei. E chi invece alla chiusura degli ebrei di Rostov nella Sinagoga con conseguente incendio e massacro di tutta la comunità locale, sempre nel 1942. Anche l’Uomo dei Lupi, dopo anni e anni di analisi finirà, da aristocratico, vittima delle purghe sovietiche e di lui non si saprà più nulla.

Nascita e sviluppo dell’antisemitismo in Europa e la sua ricaduta sulla psicoanalisi

Last but not least, abbiamo nel libro la descrizione della complessa elaborazione del testo “L’uomo Mosè e la religione monoteistica”, nella quale Freud in modo molto tormentato e con uno stile a lui poco abituale, più complesso e contorto della logica consequenzialità di tutti i suoi scritti precedenti, cerca di descrivere “la preziosa intuizione su di un enigma (la figura di Mosè) che lo ha accompagnato per tutta la vita” (lettera a Lou Salomè, 1935).

L’intenzione più prossima è quella di descrivere il personaggio di Mosè, ma il fine ultimo è quello di “contribuire a risolvere un problema ancor oggi attuale.” In questo testo, secondo Meghnagi, Freud ci dice per la prima volta con grande chiarezza e finalmente, che il vero problema dell’ebraismo, il suo tratto distintivo rispetto ad altre forme di civilizzazione, la ragione per cui è oggetto da sempre di ostilità, è l’enorme fardello di colpa che si porta dietro, nella coscienza storica dell’ebraismo, e cioè l’uccisione del padre primigenio Mosè, precorrendo il ritorno del rimosso. L’esplosione di violenza contro gli ebrei era per Freud una ripetizione delirante e paranoica della tragedia delle origini. La psicoanalisi non poteva dare una risposta. Tutt’al più poteva aiutare a rendere pensabile l’immane tragedia che si stava rovesciando sul mondo. L’antisemitismo affonda le sue radici nel delirio e in un fantasma che da secoli attraversa la società.

In sintesi, il libro di Meghnagi attraversa la storia ebraica, quella mondiale, quella personale di Freud, Jung e Sabina Spielrein, delle loro amicizie, dei loro amori, delle loro passioni, e delle loro tragiche fini. Letto adesso alla luce dei ribaltamenti che tutti questi elementi stanno avendo nella storia mondiale sembra di capire che la ripetizione, o meglio, la coazione a ripetere sia un fenomeno ben noto agli storici e agli psicoanalisti. Con coraggio, passione e profonda anima di studioso Meghnagi mette insieme luci ed ombre degli ultimi cento anni di psicoanalisi e dei personaggi che l’hanno attraversata. Un libro da tenere sul comodino e su cui riflettere.

 

David Meghnagi Freud, Jung, Sabina Spielrein e «la faccenda nazionale ebraica» – Bollati Boringhieri – Saggi, 2025 (pp. 288, € 20)

image_pdfScarica il PDF