di Sergio Franzese

Ci sono scrittori che inventano mondi sempre nuovi. E poi ce ne sono altri che, in fondo, tornano sempre nello stesso luogo, anche quando cambiano storia, tono, forma. Non è autobiografia in senso stretto, e nemmeno un racconto lineare. È qualcosa di più mobile, che si ricompone nel tempo, libro dopo libro.

L’opera di Gabriele Levy – da Diario di una giovane guardia a Chissà cosa pensano i cammelli, passando per Maabarot – Campi di transito e Letteral mente – può essere letta così: come un unico racconto lungo. Non dichiarato, ma riconoscibile. Una storia che attraversa gli anni, le illusioni, le prove, e ciò che rimane quando tutto si deposita.

Si parte da una cantina torinese e si arriva nel deserto del Negev. In mezzo ci sono assemblee, kibbutz, caserme, relazioni, entusiasmi e crepe. E lungo tutto il percorso resta una tensione che non si risolve mai del tutto: quella tra ciò che si immagina e ciò che la realtà restituisce.

La voce giovane che non dubita

Diario di una giovane guardia è il punto di partenza. Materia ancora viva, non filtrata. Scritto negli anni Settanta, in età adolescenziale, e pubblicato molto tempo dopo, conserva un’energia quasi nervosa: quella di una generazione che credeva davvero nella possibilità di cambiare il mondo.
Torino. Il “ken” dell’Hashomer Hatzair. I ciclostili, le riunioni infinite, i canti, le discussioni su Marx e sul sionismo. Qui non c’è nostalgia. C’è urgenza. L’idealismo non è una posa, è un modo di stare al mondo. Essere giovani significa essere coinvolti, esporsi. Essere ebrei significa interrogarsi, continuamente. L’aliyah non appare come una fuga, ma come un passaggio necessario.
La scrittura è diretta, a tratti spigolosa, a volte ingenua. Ed è proprio questo che la rende interessante: si sente una voce che non ha ancora fatto i conti con le conseguenze delle proprie convinzioni. Non spiega molto, non interpreta. Sta dentro le cose.
Sfogliando le pagine emergono nomi, indirizzi, numeri telefonici a sei cifre. Tracce concrete di una quotidianità militante, insieme a verbali, bilanci, resoconti. Non sono dettagli secondari: sono parte della forma stessa di quella vita. Una vita fatta di presenza fisica, di corpi nello stesso spazio, di parole dette ad alta voce, cantate insieme. Anche la grafia, irregolare, immediata, racconta qualcosa: un tempo in cui le relazioni passavano dall’incontro, non da uno schermo. Più che memoria, qui c’è ancora esperienza.

Il deserto come banco di prova

Con Chissà cosa pensano i cammelli — il primo libro pubblicato — il racconto si allarga e prende una forma più definita. La voce è più consapevole, ma non per questo più distante. Torino resta sullo sfondo, mentre Israele diventa il centro.
Il kibbutz Beit Nir non è solo un’ambientazione: è un esperimento concreto. Niente denaro, turni di lavoro, assemblee, raccolta dei cetrioli sotto un sole che non fa sconti. Il sogno socialista si misura con la fatica quotidiana, con la convivenza, con le differenze culturali.
Levy si muove tra registri diversi con una certa naturalezza. L’ironia è sempre presente: la scena degli spaghetti lanciati al soffitto dal cuoco tedesco ha qualcosa di teatrale, quasi assurdo. Ma accanto a questo c’è anche una dimensione più fragile: gli amori, le prime esperienze, una certa esposizione emotiva che accompagna l’impegno politico.
Poi arriva la guerra. L’arruolamento in Tzahal, il Libano. Qui il ritmo cambia. La lingua si fa più asciutta. L’ironia resta, ma diventa più sottile, meno liberatoria. Non c’è retorica, non c’è eroismo esibito. Piuttosto una paura contenuta, una consapevolezza che cresce, e il legame tra chi condivide la stessa condizione.
Il titolo, a quel punto, assume un altro peso. Mentre gli uomini si muovono tra ideologie, appartenenze, conflitti, i cammelli attraversano il deserto senza scomporsi. Restano. Osservano. Forse sono loro i veri testimoni. E la domanda, quasi nascosta, resta lì: quanto contano davvero le nostre battaglie, viste da lontano?

Prima del sogno: le tende

Con Maabarot – Campi di transito: Israele 1948–1951 il movimento si inverte. Si torna indietro nel tempo. E cambia anche il tono.
Qui non c’è narrazione in senso stretto, ma documentazione. Fotografie e testi che raccontano le maabarot, i campi di transito dei primi anni dello Stato di Israele. Le immagini mostrano precarietà, fango, tende, attese. Una realtà fragile, ancora in costruzione.
Non c’è più la voce del giovane militante, né quella del soldato. C’è uno sguardo che cerca di mettere insieme i pezzi, di capire da dove viene tutto il resto.
Questo libro ha un ruolo meno evidente, ma decisivo: collega l’esperienza individuale a una storia più ampia. Prima del kibbutz, prima delle scelte personali, c’è stata una generazione che ha vissuto una necessità concreta, materiale. Il sogno, qui, non nasce da un’idea. Nasce da una condizione.

Frammenti dopo il trauma

Con Letteral mente cambia ancora tutto. Anche la forma si rompe.
Il sottotitolo lo dice chiaramente: una raccolta da leggere in ordine sparso. Non c’è più una linea, ma una serie di frammenti. Pensieri, immagini, brevi testi che si tengono insieme in modo non sempre evidente. A fare da filo sono le lettere dell’alfabeto ebraico, che Levy — anche nella sua attività artistica — trasforma in oggetti, segni, materia.
Qui parla un autore diverso. Non più il giovane che vuole cambiare il mondo, né il soldato che registra ciò che accade. Ma qualcuno che guarda indietro senza bisogno di ricostruire tutto.
Il tono varia: a volte ironico, a volte più tagliente, a volte malinconico. La scrittura procede per accensioni improvvise, più che per sviluppo. Come se la memoria non fosse più una storia da raccontare, ma qualcosa che riemerge a scatti.

Un romanzo della coerenza

Messi insieme, questi quattro libri compongono qualcosa di unitario, anche senza dichiararlo apertamente.
Un percorso che parte dall’idealismo giovanile, si confronta con la realtà, attraversa la guerra, si radica in una storia collettiva e infine si frammenta in riflessione.
Il filo che tiene tutto non è tanto un’idea precisa, quanto una coerenza di fondo. Un’identità che resta in movimento: ebraica ma non religiosa, italiana e israeliana, legata a un’idea socialista ma mai rigida.
Levy non rinnega il passato, ma non lo mitizza. Lo tiene aperto, lo interroga.
In un panorama editoriale spesso dominato da costruzioni molto levigate — romanzi perfetti o memoir già pronti per essere consumati — il suo lavoro rimane un po’ laterale. Più artigianale, meno esposto. E forse proprio per questo conserva qualcosa di raro: la sensazione che non tutto sia stato filtrato.
Alla fine, tra Torino e il Negev, tra assemblee e caserme, tra relazioni e guerra, resta una domanda che non si chiude davvero. È la stessa che attraversa tutto il percorso: cosa resta degli ideali, quando il tempo passa e la realtà li mette alla prova?

E soprattutto — mentre continuiamo a discutere, scegliere, schierarci — cosa pensano davvero i cammelli che ci guardano passare?

 

I libri di Gabriele Levy sono in vendita su Amazon:

Chissà cosa pensano i cammelli: Diario di un soldato israeliano (2013 – prima edizione: 1997)
https://tinyurl.com/2wyte4ah

Diario di una giovane guardia: Manoscritto negli anni ’70 (2025)
https://tinyurl.com/2tptdmdb

Maabarot – Campi di transito: Israele 1948-1951 (2025)
https://tinyurl.com/88p4tr4s

Letteral mente: Raccolta casuale di post post traumatici, da leggere in ordine sparso (2022)
https://tinyurl.com/4k88b3d3


Foto in alto: Gabriele Levy che suonava (“If I were a rich man” di Fiddler on the roof) ai bambini del Hashomer Hatzair al campeggio invernale di Piazzatore. Anno 1975.

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