di Rimmon Lavi

In un raro momento di ottimismo avevo riassunto in italiano un’iniziativa pubblicata in ebraico in Israele, che dava un barlume di speranza. Non l’avevo poi mandata, appunto per la depressione del marzo scorso con la rottura da parte di Netanyahu dell’accordo che avrebbe dovuto portare alla fine della guerra disastrosa. Le manifestazioni popolari perdurano e ultimamente sono ancora più affollate: per la prima volta sembra che riescano a penetrare il muro di opacità emotiva che caratterizza il governo attuale in Israele che però continua a menare tutto il mondo per il naso, promettendo al pubblico israeliano e a Trump l’effimera “vittoria completa”, cioè la resa incondizionata di Hamas. Molti in Israele, del resto, grazie ai media che non trasmettono quasi nulla di ciò che succede veramente a Gaza e in Cisgiordania, richiedono la fine della guerra solo per liberare gli ostaggi dalle condizioni terribili in mano al Hamas e le famiglie dal tormento, mentre sono insensibili alla tragedia umana palestinese. Persino nella Washington di Trump, si pensa alle eventuali possibilità future per la Striscia di Gaza, mentre il governo israeliano rifiuta qualsiasi dibattito del genere, temendo che la coalizione attuale si sfaldi.

Quel che succede a Gaza mi fa pensare alla tragedia armena durante la Prima guerra mondiale, sotto gli Ottomani, con la marcia forzata di centinaia di migliaia verso il sud, conclusa nel genocidio di più di un milione di persone, anche senza campi di sterminio. In una lettera pubblicata su Haaretz, unico quotidiano israeliano coraggioso, ho scritto che se le rotaie della ferrovia che attraversava la Striscia di Gaza verso il sud (Egitto) non fossero state smontate prima della guerra del 1973 per blindare le fortificazioni inutili sul canale di Suez, forse avremmo visto caricare su vagoni la popolazione del Nord della striscia, per rendere più svelta la deportazione verso i campi “umanitari” al Sud. Ma la maggior parte degli Israeliani non avrebbe neppure così identificato la somiglianza con le foto conosciute dell’Olocausto, malgrado il museo di Yad vaShem, che tutti visitano a Gerusalemme. 

Mando dunque questo barlume di speranza utopica, adesso che Netanyahu, pur reticente, parla nuovamente di accordo eventuale. Purtroppo, la realtà sembra invece distopica: infatti Israele non risponde alla proposta dei mediatori per terminare la guerra e liberare gli ostaggi, anche se già accettata da Hamas, e continua a minacciare lo sfollamento di un milione di abitanti dalla città di Gaza per raderla al suolo. Chissà che la tensione attuale tra il governo e l’esercito esaurito (che gli estremisti accusano di non essere abbastanza aggressivo per stroncare definitivamente Hamas) non si sviluppi in un inimmaginabile golpe come a suo tempo in Portogallo contro Salazar! Sarebbe poco probabile, perché gli ufficiali che stanno scalando la gerarchia sono messianici e nazionalisti, mentre quelli precedenti provenivano soprattutto dai kibbutzim. 

Alla fine dell’anno scorso, 2024, eravamo talmente disperati, in Israele, che un gruppo ha cercato di accendere un barlume di speranza e di ottimismo, pubblicando un giornale utopico sotto la testata “Il giorno che sarà” con notizie che sarebbero potute apparire durante il 2025, se le manifestazioni fossero riuscite a cambiare la direzione della storia o, perlomeno, la politica del governo. Purtroppo, siamo già a metà del 2025, più di un anno e mezzo dal pogrom spaventoso del 7 ottobre 2023, in mezzo alla guerra disastrosa e prolungata, adesso riaccesa senza meta realistica e ci troviamo nello stesso vicolo cieco. Pur sempre credo che meriti presentare alcune delle idee proposte o sognate per un futuro diverso.

Un accordo per finire la guerra a Gaza e liberare tutti gli ostaggi avrebbe aperto la strada per trattative con l’Arabia Saudita, allargando i “patti di Abramo” e stabilizzando il potere civile nella Striscia di Gaza, sotto il controllo della Lega Araba, con la partecipazione dell’Autorità Palestinese.

Tra gli investimenti enormi dei paesi arabi per la ricostruzione e lo sviluppo della Striscia, grandi progetti di energia solare e desalinizzazione d’acqua si sarebbero poi espansi in altri paesi del Medio Oriente. La rinascita civile della striscia di Gaza potrebbe creare con le immense macerie della guerra un’isola di alcuni chilometri a poca distanza dalla costa, appoggiata ancora al fondale continentale non profondo, sulla quale costruire le infrastrutture indispensabili alla zona più densamente popolata al mondo: porto marittimo, aeroporto, centrale di desalinizzazione dell’acqua e di elettricità a mezzo di onde e di maree, industrie chimiche etc.

Gli investimenti internazionali, e specialmente dagli stati arabi, permetterebbero lo sviluppo intensivo di start-up nei campi più adatti alla zona: biotecnologia, FoodTech per la produzione alimentare e sostituti vegetali, farmaceutica, sfruttamento razionale delle risorse naturali e del riciclaggio, automatizzazione del lavoro agricolo manuale.
I movimenti femminili paralleli di donne arabe ed ebree avrebbero bloccato le uscite dall’ennesima conferenza precaria tra Israele e i Palestinesi, per imporre, tipo Conclave, di arrivare a un accordo di principio sulla fine del conflitto, con sostegno internazionale senza precedenti.

Assieme ai voli diretti da Tel Aviv all’Arabia Saudita, sarebbero agevoli i pellegrinaggi religiosi per i cittadini mussulmani d’Israele a Mecca e Medina e si aprirebbero per tutti nuove mete turistiche come Gedda sul Mar Rosso, Madaan Salakh (altra “Petra” dei Nabatei, scavata nella roccia), Jebel Fihrain (alla fine di un percorso meraviglioso nel drammatico deserto di roccia).

Sarebbero liberate, finalmente, le decine di migliaia di soldati della riserva, richiamati varie volte per lunghi periodi durante la guerra, immobilizzando l’economia, bloccando programmi di studi e progetti familiari. La normalizzazione progressiva coi paesi arabi e coi palestinesi permetterebbe di trasformare parte dell’enorme bilancio della difesa, in programmi di formazione professionale per promuovere l’integrazione nell’industria ad alta tecnologia: formazione, dopo il servizio militare o civile, delle reclute meno istruite, inclusi ortodossi e arabi, che prima erano esonerati dal servizio di leva obbligatorio per tutti i cittadini. Infatti, l’esonero era dannoso per l’economia ma anche per molti sia tra gli arabi (20% della popolazione) e tra gli ortodossi (circa il 10%) che praticamente erano condannati ai livelli meno remunerativi del mercato del lavoro, non avendo servito nell’esercito. (Aggiungo io che sarebbe più facile e giusto, ridotti così i pericoli di sicurezza e la necessità di molti soldati in arma, dare facilmente esonero dalla leva ad obiettori di coscienza, a studenti, anche talmudici e a volontari umanitari e comunitari di tutte le fedi e etnie, invece di imporre servizio militare a tutti.)

Il salario minimo di base sarebbe aumentato a 40 shekalim (circa 10 euro) all’ora, riducendo così una delle cause della diseguaglianza sociale che trova Israele, subito dopo gli USA, in cima vergognosa alla graduatoria dei paesi sviluppati. Lo sviluppo economico e il cambiamento delle priorità permetterebbe lo sviluppo dei servizi sociali, educativi e medici, che sono discriminatori riguardo le periferie geografiche e sociali e le minoranze etniche. Così pure il piano di riforma dell’educazione riporterebbe l’insegnamento ad essere mestiere onorato e prescelto tra le carriere professionali.

Per la prima volta dalla fondazione dello stato, l’indice del carovita diminuirebbe del 15%, grazie all’apertura delle frontiere, della concorrenza e del superamento degli ostacoli burocratici per razionalizzare il mercato dell’alloggio, riducendo così il potere dei monopoli e dei magnati nel mercato del consumo e delle finanze.

Nuova regolamentazione introdurrebbe maggiore responsabilità nelle reti sociali digitali, riducendo così la divulgazione di notizie false, diffamatorie e provocative che portano all’estremismo e alla violenza.

Sarebbe implementato un piano integrativo, con collaborazione dei vari ministeri, delle autorità centrali e locali e delle comunità stesse assieme alle associazioni civili volontarie, per combattere il crimine e le organizzazioni mafiose armate che affliggono il settore arabo del paese, eliminandone le sorgenti sociali ed economiche.

Finalmente sarebbe applicato un piano di priorità assoluta per i trasporti pubblici e le biciclette, a fronte alla motorizzazione privata, promosso e organizzato dalle autorità locali in cooperazione con le comunità. Così pure i piani ecologici di protezione dell’ambiente e della natura, incluse la produzione di energia da fonti rinnovabili, come il sole e il vento, diverrebbero di gestione statale, sulla base di piani regionali: si potrebbe pensare di sfruttare le zone desertiche e il potenziale tecnologico per lo sviluppo delle varie nazioni del Medio Oriente, con particolare attenzione alla riduzione dell’inquinamento atmosferico, che uccide più di 2.500 persone all’anno in certe zone del paese.

Un progetto comune della Giordania e di Israele, sostenuto dalla Cina, l’Arabia Saudita e gli USA salverebbe il Mar Morto dallo sfruttamento senza scrupoli dei suoi minerali, sviluppando sia la valle del Giordano attraverso impianti di purificazione delle acque di scarico, sia la valle della Aravà, con impianti idroelettrici e di desalinizzazione dal Mar Rosso, oltre al potenziale turistico e sanitario della zona stessa. Inclusa ci sarebbe anche la linea ferroviaria dall’Arabia Saudita fino al porto di Haifa, proposta, finanziata e costruita dalla Cina.

La Siria, il Libano e Israele potrebbero sviluppare il confine comune del monte Hermon, come sito turistico sia estivo che sciistico, facendolo diventare un’attrazione internazionale. E così pure la Giordania, Israele, l’Arabia Saudita potrebbero trasformare il Mar Rosso nel migliore centro internazionale per gli sport subacquei.

Il mercato dell’alloggio e delle costruzioni in Israele potrebbe essere rivoluzionato da pianificazione, attribuzione di terreni demaniali e investimenti pubblici: le autorità locali potrebbero assegnare alloggi d’affitto a lungo termine, per ridurre la pressione inflazionistica a comprare appartamenti, il cui prezzo aumenta continuamente, molto al di là di quanto una giovane coppia possa affrontare.

La fine della guerra a Gaza e il processo di normalizzazione arabo-ebraico e Israele-Palestina, ridurrebbe in modo drastico le espressioni d’antisemitismo palese o indiretto in Europa e nel mondo, liberando così gli ebrei della diaspora e il governo d’Israele dalla responsabilità reciproca.

Infine, il Mondiale di Calcio si terrebbe in Israele e Palestina nel 2034, come proposto in comune dalle nazioni del Medio Oriente.

Dunque, le idee, le proposte, i progetti, i sogni ci sono, alcuni anche molto specifici e particolareggiati. Ma ciò che manca, per ora, è che diventino programma d’azione, se non per il governo attuale, per lo meno per l’opposizione.

Gerusalemme 24-8-2025

 

 

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