di Alessandro Treves
“Hhamòr parlò loro, con dire: Sichem mio figlio s’è invaghito della vostra figlia. Dategliela, di grazia, in moglie, ed imparentatevi con noi: le vostre figlie darete a noi, e le figlie nostre piglierete per voi. Voi resterete presso di noi, ed il paese sarà a vostra disposizione: restate e giratelo, e stabilitevi in esso […] I figli di Giacobbe rispondendo a Sichem ed a Hhamòr suo padre, parlarono con inganno, posciaché quegli aveva contaminata Dinà loro sorella [….] Ora, nel giorno terzo [dalla circoncisione, cui gli Hivvei erano stati persuasi per unirsi agli Ebrei], mentre quelli erano in dolore, due dei figli di Giacobbe, Simeone e Levi, fratelli di Dina, presero ciascheduno la propria spada, assalirono a man salva la città, ed uccisero ogni maschio. Uccisi a fil di spada Hhamòr, e Sichem suo figlio, presero Dinà dalla casa di Sichem e uscirono. I figli di Giacobbe, recatisi appo gli uccisi, depredarono la città: posciaché coloro avevano contaminata la loro sorella” (Genesi 34, [parashà Vayshlach], trad. S.D. Luzzatto).
È difficile, in questi giorni dominati dalle notizie da Gaza, non ripensare alla parashà di Vayshlach, riletta fra l’altro il 2 dicembre 2023, proprio alla ripresa delle ostilità dopo il primo cessate il fuoco. Se la Torà ci racconta della nostra terribile vendetta su Sichem/Shechem, principe eponimo della città che ora chiamiamo Nablus, che aveva stuprato Dina, figlia di Giacobbe, questo non legittima in qualche modo un’analoga vendetta su Gaza, dopo gli incommensurabili orrori del 7 Ottobre?
Qualcosa, però, non torna, nella storia di Dina – rara discendente diretta dei patriarchi – menzionata tra una folla di discendenti maschi. Se davvero era una legittima, anzi doverosa vendetta, perché se ne incaricano solo Simeone e Levi, e gli altri fratelli partecipano solo, a cose fatte, alla spartizione del bottino, come l’Italia il 10 giugno 1940? E perché Giacobbe si arrabbia tanto con Simeone e Levi, da maledirli sul letto di morte, nella parashà Vayechì? E poi, Shechem aveva davvero stuprato Dina? La Torà ci dice che la prese e giacque con lei e la “forzò” – forse a indicare il primo rapporto sessuale – ma anche che si era perdutamente innamorato e tanto voleva essere accolto nella famiglia di Giacobbe da persuadere, col padre, tutta la sua gente a circoncidersi.
Una possibile interpretazione di queste incongruenze ce la offre un saggio di vent’anni fa di Alexander Rofé, l’insigne studioso tosco-israeliano, professore emerito dell’Università di Gerusalemme. Egli osserva come secondo la Torà una giovane donna che venga violentata prima di essersi sposata o fidanzata non risulti “contaminata”; per quanto barbarico possa sembrarci, è contaminata solo se già impegnata con un uomo. Invece la parashà ci dice ben tre volte che Shechem timmè (contaminò, rese impura) Dina, che pure non era fidanzata – e non è escluso che perfino ricambiasse i dolci sentimenti di Shechem. Rofé riprende allora la spiegazione proposta già nel 1880 da Abraham Kuenen: quel passaggio della Genesi sarebbe la sovrapposizione di due narrazioni successive. Nella prima, antica, da inquadrarsi nel contesto epico delle saghe della conquista della Terra Promessa, gli eroi sono i soli Simeone e Levi, i quali da soli, valorosi, astuti e violentissimi, hanno ragione di un’intera città. La seconda narrazione, questa l’ipotesi, sfrutterebbe l’episodio riportato nella prima ricamandoci sopra una connotazione a fini politici “moderni”, che secoli prima non avrebbe avuto senso. Per questa “revisione” siamo ormai, secondo gli studiosi, al tempo di Ezra e Nehemia, che governano col pugno di ferro la comunità dei coloni tornati da Babilonia, vietando loro qualunque mescolanza con le popolazioni locali, ancorché probabilmente in larga misura consanguinee, essendo discendenti degli abitanti della Giudea – la maggior parte – non deportati a Babilonia. Ecco che allora l’unione fra Dina e Shechem, foss’anche consensuale, diventa un’empietà che può essere lavata solo con la morte (di lui e della sua gente; quanto a Dina, un midrash racconta invece che venne presa a casa del fratello Simeone, che ci fece addirittura un figlio, poveretta). Gli altri fratelli sono chiamati a partecipare alla strage per lavare l’onore di famiglia ma, non potendo alterare di troppo la narrazione più antica, si riducono a distruggere e depredare quanto è rimasto – ogni parallelo con fatti ed episodi della contemporaneità sarebbe fuori luogo.
Se l’interpretazione di Kuenen e Rofé fosse valida, ci troveremmo di fronte, in sostanza, ad una feroce polemica interna, ovvero ad uno dei ripetuti sforzi, in genere coronati da successo, con cui il popolo ebraico, nella sua lunga storia, ha cercato di auto-amputarsi, escludendo dal proprio seno una parte di sé. L’amputazione cui candidamente si sottopongono i sichemiti con la circoncisione assurge a simbolo concreto e sanguinolento della più metafisica amputazione che si autoinfligge il popolo ebraico, escludendo i giudei non-coloni, quelli che non erano tornati da Babilonia ma erano sempre rimasti nelle loro case.
Il giornalista israeliano Rino Zror nel suo film Ebrei, la Terza Volta sostiene che i tentativi ebraici di auto-governarsi sono stati tre, e si sono conclusi tutti disastrosamente nell’arco di due-tre generazioni: al tempo di Davide e Salomone, degli Asmonei, e dello Stato d’Israele. I tentativi di auto-amputarsi sembrano per contro essere stati ben più numerosi, almeno tre per millennio, e piuttosto efficaci:
1^ Amputazione. Con Lech Lechà, quando dalla moltitudine polietnica degli ‘apiru/habiru, gli irregolari, i marginali temuti dalle popolazioni urbane della Fertile Mezzaluna si stacca, nello scenario ricostruito da Giorgio Buccellati, il clan di Abramo, che arriva nella Terra di Canaan; sottolineando forse lo strappo col passaggio dal costrutto °a°i°u che indica un ruolo sociale a quello °i°°i (‘ivrì, come mitzrì) che indica etnia, i discendenti di un mitico Eber semita. Un taglio non netto, se i discendenti di Abramo continuano a tessere relazioni matrimoniali con le cugine rimaste nei luoghi d’origine.
2^ Amputazione. Agar con Ismaele vengono allontanati nel deserto.
3^ Amputazione. Esaù/Edom viene imbrogliato e va a vivere sul monte Seir, ovvero appunto Edom, fuori della Terra Promessa. Una storia che forse riflette anche un complesso d’inferiorità verso Edom, dove pare che i discendenti di Esaù si fossero felicemente fusi con gli Horriti del monte Seir, al contrario del trattamento riservato agli Hivvei di Shechem, dando vita a un regno fiorente “prima che qualunque re regnasse sui figli d’Israele” (Genesi 36:31). Secondo alcuni Edom era visto come Atene venne vista in seguito dai Romani, epitome di cultura e civiltà; in particolare la regione di Teman, incarnata nel saggio nipote di Esaù, Teman, l’antitesi dei brutali cugini Simeone e Levi.
4^ Amputazione. Il più grande e florido regno d’Israele, a nord, viene convenientemente sconfitto dagli Assiri, che ne deportano la classe dirigente, offrendo ai propagandisti del piccolo regno meridionale di Giuda l’opportunità di riscrivere la storia dei secoli precedenti, squalificando allo stesso tempo l’ dei Samaritani rimasti – inclusi, chissà, i lontani discendenti delle donne violentate dai figli di Giacobbe.
5^ Amputazione. Diverse generazioni dopo il ritorno di alcuni esuli da Babilonia, il gruppo di Nehemia, appoggiato dall’autorità imperiale iraniana, proibisce drasticamente la commistione con chi era rimasto in Giudea.
6^ Amputazione. Le elaborazioni intellettuali dei giudei ellenizzati come Filone Alessandrino vengono oscurate e rimosse dalla tradizione farisaico-rabbinica, insieme ai punti di vista di altre correnti vivaci intorno all’anno Zero, come sadducei, boethusiani ed esseni.
7^ Amputazione. Le comunità cristiane sbocciate all’interno dell’ebraismo rimangono schiacciate dalla violenza del conflitto con i Romani, e ne escono.
8^ Amputazione. Nel corso del primo millennio vengono “perse” gran parte delle tribù ebraiche della penisola arabica, in parte per l’avvento dell’Islam, in parte per eccesso di fanatismo, come nel caso dell’ultimo re degli himyariti – Dhu Nuwas.
9^ Amputazione. I karaiti, durante l’Età dell’Oro intorno all’anno Mille forse la metà dell’ebraismo egiziano, sono osteggiati dai rabbaniti – in particolare da Maimonide, che li esclude dal minyan – e vengono in parte riassorbiti, in parte spinti fuori dal Kahal Israel.
10^ Amputazione. Quella dei seguaci di Sabbatai Zevi appare come una vera auto-amputazione, con la conversione all’Islam, cui seguono comunque secoli di contatti e commistioni, nei Balcani e in Turchia, fra ebrei e dömneh.
11^ Amputazione. La gloriosa epopea del Bund viene oscurata e rimossa da molteplici ostilità, fra cui quella dei sionisti.
12^ Amputazione. Il monopolio degli ortodossi su matrimoni e conversioni, nello Stato di Israele, porta all’umiliazione di molti che si autoidentificano come ebrei, e all’allontanamento di altri.
A tutt’oggi, organizzazioni come Im Tirzù e Lehavà si adoperano con efficacia e determinazione per tagliar via il maggior numero possibile di ebrei dal ceppo ebraico.
Che ne è stato dei Maestri di questa specialità dell’auto-amputazione? I discendenti di Simeone figlio di Giacobbe si dice che perdessero presto un loro territorio, o che si dissolvessero all’interno di quello di Giuda, ma una leggenda racconta che girassero fra le altre tribù come insegnanti: Maestri, appunto. Di Levi, sappiamo. Nehemia, completato il suo mandato, tornò a Susa, evidentemente poco attratto personalmente dalle durezze della Terra Promessa. Secoli dopo, comunque, viene venerato come santo dalla chiesa greco ortodossa – singolare destino per un funzionario giudeo dell’impero persiano.
29/08/2025 Trieste e Tel Aviv
I saggi di Alexander Rofé, Giorgio Buccellati e di Abraham Joshua Heschel su Maimonide e i karaiti sono disponibili in rete.





