di Giorgio Gomel
Hannah Arendt riteneva che la condizione del paria fosse tipica degli ebrei dell’Europa occidentale dopo l’emancipazione. I paria consapevoli – dice la Arendt – sono “quegli spiriti coraggiosi che hanno tentato di fare dell’emancipazione ciò che in effetti avrebbe dovuto essere; l’ammissione degli ebrei in quanto ebrei nei ranghi dell’umanità, piuttosto che il permesso di scimmiottare i gentili o un’occasione per assumere il ruolo del parvenu”.
Tra le grandi figure di ebreo-paria la Arendt ci ricorda Heinrich Heine, Bernard Lazare, Franz Kafka, Walter Benjamin. L’ebreo che insorge contro la propria marginalità ed oppressione e combatte per sovvertire l’ordine sociale e culturale del tempo, alleandosi con altri oppressi. Basti ricordare, sul piano più politico, l’apporto di ebrei agli ideali e movimenti rivoluzionari del secolo scorso.
Oggi, vi è una rottura radicale con quel paradigma. Gli ebrei della diaspora – che è solo più occidentale, europea e americana, e socialmente fa parte dei ceti medio-alti – e quelli di Israele appartengono al mondo dei “vincitori”. È una condizione transitoria, forse precaria e reversibile, ma oggi indubitabile. Agisce un paradosso dell’integrazione: gli ebrei erano perseguitati perché poco integrati nella società europea in cui vivevano; ora con la distanza dalla Shoah sono soggetti all’antisemitismo perché “troppo” integrati.
Nella diaspora infatti, gli ebrei appartengono, per lo più, agli strati borghesi della società; sono istruiti, inseriti nel processo di globalizzazione. Si è perduta, in larga parte, la carica iconoclasta dell’ebreo campione della rivoluzione politica ed anche dell’eterodossia culturale.
Il caso di Israele è più complesso ed anche contraddittorio.
Esso è Oriente ed Occidente, Oriente nella demografia e fisionomia socio-culturale, Occidente nel perseguire alleanze strategiche e interscambio economico. È forte della sua supremazia militare e della protezione offerta dall’America, ma anche debole per il senso angoscioso di insicurezza fisica e psicologica che il perdurare di guerre e violenze terroristiche incute nel paese, impedendo la normalità del vivere quotidiano di una nazione intera. Una nazione che dispone di un’enorme potenza bellica, ma con un sottofondo di fragilità e di solitudine: una nazione di rifugiati ed immigrati, figlia di una storia di persecuzioni ed esilio il cui diritto all’esistenza è stato per anni rigettato dal mondo arabo, la cui esistenza come Stato pienamente integrato nel Medio Oriente è ancora in forse.
Questa condizione di “vincitori” – precaria, ma oggi prevalente – suggerisce due interrogativi.
Il primo riguarda il come risolvere l’antinomia tra la nostra condizione oggettiva dalla parte dei “vincitori” e la nostra esperienza soggettiva ed autorappresentazione di vinti e vittime, tra un impulso a stare a “destra” ed un retaggio etico-ideale di “sinistra” – se queste categorie semplificatrici sono lecite.
Noi ebrei dobbiamo usare la forza di cui disponiamo, politica, culturale, educativa contro gli antisemiti, contro coloro che disconoscono il nostro diritto ad esistere, come individui, comunità, popolo. All’antisemitismo ci dobbiamo opporre in quanto ebrei, consci di tutto il carico identitario racchiuso in questa appartenenza…
Dopo la Shoah e con il diritto di Israele ad esistere tuttora in forse, un’enfasi sulla difesa particolaristica dei nostri interessi è più che giustificata. Ma entro certi limiti. È vano ed autodistruttivo per il futuro degli ebrei ricercare, infatti, la protezione di alleati impropri, opportunistici e provvisori, che è quanto i “neoconservative” americani da anni e la destra trumpiana oggi ed alcuni imitatori nostrani ci propongono: una “santa alleanza” tra ebrei di destra, destra politica e cristiani integralisti, in nome della difesa acritica delle azioni di Israele e della comune ostilità all’Islam.
Ritengo che sia più efficace per difendere gli ebrei ed il loro futuro richiamarsi ai valori universalistici, della dignità dello straniero, della difesa dei diritti dei più deboli. Tra gli insegnamenti da trarre dalla Shoah, così come dalla lunga storia degli ebrei, vi è la coscienza dell’interesse oggettivo degli ebrei nel lottare contro forme di discriminazione, quand’anche non colpiscano direttamente od immediatamente gli ebrei, e nel vivere in società multiculturali, in cui i diritti delle minoranze siano tutelati e in cui le differenti identità siano rispettate, legittimate a convivere, viste come un beneficio per tutti. Dall’universalismo dei diritti fra l’800 e il ’900 sono scaturite la liberazione dall’oppressione dei ghetti e la stessa nascita di Israele riconosciuta dal mondo.
Il secondo interrogativo riguarda la nostra capacità di elaborare questa condizione e di assumere la responsabilità della forza. Soprattutto in Israele, dove l’esistenza ebraica ha assunto la forma di Stato-nazione sotto un governo “ebraico”, cioè un governo che persegue gli interessi di uno stato retto da una maggioranza di ebrei, con cui coesistono una vasta minoranza araba e strati recenti di immigrati non ebrei da più paesi del mondo. Ma anche nella diaspora, in quelle realtà, quali gli Stati Uniti, la Francia, la Gran Bretagna, dove le comunità ebraiche contano nella società civile e nel processo politico.
Il sionismo, movimento di emancipazione degli ebrei, nacque con l’intento di rimuovere l’eccezionalità della condizione ebraica, di un popolo disperso e perseguitato. Assicurare, cioè, agli ebrei un luogo di rifugio; trasformarli in una nazione normale, dove fossero maggioritari e soggetti di storia; offrire agli ebrei del mondo una scelta fra il permanere nella Diaspora intesa come esilio e una piena esistenza indipendente in Eretz Israel; conseguire, infine, la normalità della pace, della sicurezza, dell’integrazione nel Medio Oriente. Il sionismo è stato in questo senso una rivoluzione nell’ebraismo moderno post-emancipazione; esso ha assunto con la nascita dello Stato di Israele un’identità collettiva politico-nazionale. È stata una rivoluzione, il creare uno stato ex-nihilo, un ritorno alla storia dopo millenni di “eccezionalismo” degli ebrei, in uno stato di esilio, minorità, oppressione.
Oggi vi è dunque nel concreto esistere degli ebrei nel mondo una bipolarità: Diaspora e Israele, esilio e stato-nazione. Una dualità che offre agli ebrei un’alternativa fra l’integrazione nelle società occidentali in cui essi vivono che si evolvono, seppure con faticose contraddizioni, verso forme di democrazia e convivenza multiculturale e l’appartenenza ad uno stato nazionale. C’è quindi una biforcazione in atto nell’ebraismo, una separazione fra le due famiglie del popolo ebraico, che è destinata ad accentuarsi con il tempo se e quando Israele diventerà davvero uno stato normale, con eguali diritti per i suoi cittadini, ebrei e non, e sufficientemente integrato in un Medio Oriente libero da guerre. Gli ebrei di Israele e della Diaspora vivono, infatti, sotto due regimi diversi: i primi vivono un’esistenza nazionale sotto un governo “ebraico” che dispone degli strumenti classici dello stato sovrano – la polizia, la giustizia, l’esercito, l’uso della forza militare; i secondi sono cittadini di altri stati, alle cui leggi si conformano, alla cui vita civile e politica partecipano.
Due elementi complicano questo processo di separazione.
Il primo attiene alla normalità di Israele, ancora dubbia e distante, con la sua legittimità tuttora negata, in un Medio Oriente scosso da violenze e pericoli di disintegrazione degli stati. Il legame quindi tra ebrei della Diaspora e Israele resta molto stretto; la centralità di Israele nella vita degli ebrei del mondo resta un fenomeno concreto. Israele pretende di rappresentare gli ebrei nella loro totalità e ritiene per lo più irrilevanti le opinioni della Diaspora. Eppure, gli atti di Israele si ripercuotono in maniera diretta o indiretta, sugli ebrei nel mondo, come gli episodi antisemiti di questi mesi dimostrano. Il governo di Israele non dovrebbe quindi prescindere da tali effetti nel modulare la sua azione politica. Spesso le azioni dei governi di Israele sono percepite come decise per e per conto del popolo ebraico nella sua interezza e invece lo sono in modo imperfetto in sintonia con il modo imperfetto, indefinito, complesso in cui si pongono i rapporti e gli obblighi reciproci tra Diaspora e Israele stesso.
Il mondo ebraico d’altra parte non è monolitico. Nel rapporto con Israele gli ebrei sono uniti – tranne esigue minoranze dogmaticamente antisioniste – circa il suo diritto a esistere come popolo e come stato, ma divisi, spesso angosciosamente critici circa i suoi atti politici. È importante liberarsi della falsa idea che la difesa di Israele o la battaglia contro l’antisemitismo esigano sempre e comunque il sostegno acritico alle scelte dei suoi governi e che sia dovere per gli ebrei della Diaspora allinearsi a questo precetto pena l’esclusione e l’accusa di tradimento. Al contrario essi hanno il diritto e talora il dovere – con la dovuta compostezza di persone che non sono cittadini né elettori di quello stato – di esprimere il loro dissenso quando ritengono che le azioni dei governi di Israele siano sbagliate o autodistruttive per il futuro stesso del paese, come stato ebraico e democratico. Oggi questo dissenso è particolarmente acuto e doloroso per la brutalità dell’azione militare di Israele nella striscia di Gaza. Come scrive Thomas Friedman sul New York Times negli ultimi giorni di agosto, una triade devastante caratterizza gli atti di Israele sui gazawi e su se stessa: omicidio (l’eccidio di massa di civili), suicidio (le violazioni del diritto internazionale e il crescente isolamento politico del paese nel mondo), fratricidio (la frattura profonda della società fra l’opinione liberal democratica e le correnti teocratiche e scioviniste che spingono il paese all’annessione della Cisgiordania e all’espulsione dei palestinesi).
La seconda questione riguarda proprio la natura di Israele come stato ebraico e democratico, il come assicurare che Israele resti “lo stato degli ebrei” nel senso del sionismo classico, ma anche una democrazia per tutti i suoi cittadini. Alcuni lo ritengono un ossimoro, una impossibilità. Il problema è come conciliare il diritto all’autodeterminazione del popolo ebraico sancito dalla Dichiarazione di indipendenza del 1948 e anche dal piano di spartizione della Palestina approvato dalle Nazioni Unite nel novembre 1947, che prefigurava uno stato ebraico ed uno arabo, con i diritti degli altri abitanti – arabi (oggi circa il 20% della popolazione israeliana) e immigrati soprattutto da paesi in via di sviluppo, che soffrono di disparità e discriminazione nell’istruzione, nell’allocazione della terra a fini di abitazioni, nelle infrastrutture, nel mercato del lavoro… Il dualismo tra “ebraico” e “democratico” esiste fin dalla nascita dello stato; basti pensare alla Legge del ritorno che garantisce agli ebrei il diritto di immigrare in Israele e ottenere la cittadinanza. Che Israele sia uno Stato “ebraico”, non solo perché luogo di rifugio dalla persecuzioni di un popolo disperso, ma perché l’identità collettiva del paese è impregnata di cultura ebraica (la lingua, le feste, il calendario, i simboli pubblici, dalla bandiera alla menorah) è certamente legittimo. Ma non è accettabile che lo stato favorisca il gruppo ebraico rispetto ad altre etnie. La novità dell’oggi è che la legge approvata nel 2018 codifica questa discriminazione. In più uno stato che non ha confini certi e riconosciuti come può definirsi? Se i territori palestinesi fossero annessi, come si configurerebbe Israele come lo stato-nazione del popolo ebraico? Si giungerebbe così anche formalmente ad uno stato binazionale, ma non egualitario, non democratico, con diritti pieni solo per ebrei. Uno stato bandito dalla comunità delle nazioni e destinato ad una perenne guerra interetnica tra arabi ed ebrei.
Porre l’ebraicità prima e al di sopra della democrazia e attribuire alla legge ebraica (quale?) uno status privilegiato come ispirazione del sistema legale comporta limitare i diritti dei non ebrei a diritti individuali, non riconoscendo loro i diritti collettivi di una minoranza nazionale. Ciò significa disconoscere il fatto che vi è in Israele un’altra nazione o etnia che nulla potrà dire circa il carattere dello stato di cui i suoi membri – gli arabi – sono cittadini con pari diritti.





