di Tonino Nocera

Nel 1967 usciva per Fazzi Editore Viaggio in Israele di Mario La Cava: frutto dell’esperienza come inviato del Corriere Meridionale di Matera al processo Eichmann. La Cava era nato a Bovalino, costa jonica reggina. Una profonda amicizia lo legava a Giorgio Voghera. Claudio Magris li definì “due illuministi malinconici e scettici, consapevoli dei limiti della ragione ma anche consapevoli che senza la ragione non si fanno i conti nemmeno col mistero”. Il rapporto di Mario La Cava con Trieste risaliva agli studi universitari a Siena. Dove conobbe Slavoj Slavik, uno studente sloveno di Trieste (fratello di Duska: primo amore di Bobi Bazlen). Slavoj fu un fratello maggiore per Mario: aiutandolo a comprendere quanto stava accadendo in quei terribili anni Trenta. Viaggio in Israele è diviso in tredici capitoli: solo uno dedicato al processo Eichmann. La Cava è colpito da Adolf Eichmann: preso dalle proprie carte come un impiegato alla scrivania; dal suo scattare in piedi all’ingresso della corte con precisione militare. Per lui Eichmann non ha mai sorriso o pianto per qualcuno ed è dotato di un’astuzia diabolica. Nel 1964, durante un viaggio in Germania, alcuni tedeschi si lamentavano con La Cava perché tutti i tedeschi erano ritenuti colpevoli per gli orrori del nazismo come se gli altri popoli fossero responsabili per i crimini dei loro eserciti. Lo scrittore replicò che le persecuzioni naziste discendevano da un’ideologia ben precisa che – se accettata – comportava la responsabilità dei conseguenti orrori. I restanti capitoli raccontano l’esperienza israeliana di La Cava. È un libro di persone: più donne che uomini. Il protagonista è Israele e il suo popolo. L’incipit “Un buon compagno di viaggio è una benedizione del cielo” fa ben sperare. Non sarà così! Imbarcato sulla nave Athina diretta in Israele, conosce Toto C. (sedicente medico) che compie l’Aliyah dopo un matrimonio fallito. In Israele lo aspettano la cugina Sara e la fidanzata Alisa. Lo scrittore, invitato a trasferirsi in Israele, risponde di essere felicemente sposato e di non essere ebreo. Toto replica che non importa perché Israele è un paese ospitale e poi sembra ebreo. La Cava si rallegra perché ha sempre avuto un debole per gli ebrei. Parlando di letteratura Toto afferma di conoscere Mario Tobino, amico di La Cava, il quale scrive: “Non pongo mente affatto che Tobino è direttore del manicomio di Maggiano, presso Lucca, un manicomio immenso dove c’è posto per tutti.” Ad Atene decidono di trascorrere qualche ora a terra. Ma la nave salpa e restano ad Atene. Il giorno dopo prendono il volo per Tel Aviv: pagato per entrambi dallo scrittore con gli ultimi soldi rimasti. All’imbarco Mario La Cava nota un ebreo religioso. “I suoi occhi azzurri erano così sereni, così sicuri”. Toto, invece, ironizza sul suo abbigliamento e sui capelli rasati della moglie. “Rideva della religione dei suoi padri e i suoi pensieri erano piuttosto portati all’osceno”. La prima casa israeliana – a Tel Aviv – che ospita La Cava è quella di Alisa, la fidanzata di Toto: ebrea irachena. La prima notte in Israele “zanzare e sogni di uomo sveglio mi fecero compagnia fino all’alba” ma era felice. Gli sembrava di essere giunto sul tappeto volante o su ali d’aquila. Il giorno dopo raggiunge il porto di Haifa per recuperare i bagagli. La città, per lui la più bella d’Israele, resterà nel suo cuore; gli ricorda la propria terra: “Quel mare increspato, percorso dalla brezza, uguale a quello del mio paese”. Alisa dice che non può ospitarlo a lungo essendoci sette ragazze in casa. Il capitolo, infatti, è intitolato La casa delle sette ragazze. Conosce la famosa cugina Sara da lui definita di “attraente saggezza”. Sapeva suonare il pianoforte e cucinare. Per La Cava era “l’intellettuale capace di affrontare le durezze di una vita difficile nella costruzione di una patria in Israele e la madre affettuosa, amica dei suoi figli.” La donna spiega che Toto è cugino di secondo grado dell’ex marito. Comunque lo ospiterà a Petah Tikva. Da quel momento si cala nella realtà israeliana. “Conobbi molta gente in quei giorni” e “il loro ricordo mi è caro”. Saranno giorni lieti trascorsi in allegria. Gli sembrava di essere tra amici di vecchia data: “tanto il mio cuore aveva acquistato confidenza.” Il contesto geografico e il clima gli ricordano la Calabria. Frequenti sono le descrizioni ammirate per gli alberi piantati e le risorse idriche. Partecipa alla celebrazione dello Shabbath: “ebbi l’emozione di penetrare in un mondo ignoto del quale tuttavia intuivo la profondità e la dolcezza”. Vede un treno di soldati e soldatesse in partenza per il Nèghev. “Mi esaltarono con il loro valore spiccato. Bella era la gioventù di Israele e ad essa andavano le speranze della Patria”. Partecipa a un matrimonio con mille invitati al kibbutz Yavne. A Gerusalemme, la signora C. direttrice del Museo Archeologico vuole salutarlo avendolo conosciuto a Roma. Ma si riferisce al cugino Peppino. Chiarisce l’equivoco. La signora C. ricorda con affetto lo zio Francesco, legato da una profonda amicizia con il padre, professore di lingue semitiche all’Università di Roma, e con la cugina Teresa: la quale non rinnegò mai la propria amicizia anche durante le persecuzioni fasciste. Si spinge nel Nèghev. A Beer Sheva fotografa Moscona (il suo autista, un ebreo bulgaro) il quale chiede di inviargli una copia della fotografia tornato in Italia. Non terrà fede a quanto promesso. Sia per la pessima fotografia sia “per la coscienza di aver fatto poco per Israele, con i miei scritti”. Riflessione costante nel libro. Ritiene di essere sempre in debito con Israele avendo ricevuto tanto e restituito poco.Consapevole che il dono di simpatia e fiducia ricevuto era superiore ai suoi meriti di comprensione”. Ad Haifa per la prima volta fa vita da turista: dormendo in un albergo. Incontra il presidente della Società Dante Alighieri, l’ingegnere L., sarà lui a salutarlo all’imbarco. “Fu l’ultimo uomo d’Israele, col quale parlai”. Il libro non ebbe molto successo; l’autore parlò di “strepitoso insuccesso”. Lo sguardo dello scrittore contiene tanti sentimenti: stupore, ammirazione, affetto, rispetto. È consapevole che Israele, giovane stato, ha radici antiche e ammira la capacità di guardare avanti senza recidere i legami con il proprio passato. Demolisce i tanti luoghi comuni su Israele.  Critica chi definisce imperialiste le guerre vinte da Israele per esistere: come se fosse necessario perderle per acquisire una sorta di moralità. Evidenziando che in guerra si combatte per vincere non per perdere. Contesta chi citando la superiorità tecnica impiegata in guerra da Israele la ritiene una soverchieria e non un valore israeliano. Condanna chi considera gli israeliani i nuovi tedeschi. Denuncia un antisemitismo “risorgente dalla profondità dei sentimenti occulti”. Un libro, Viaggio in Israele con molti spunti di riflessioni. Alcuni, purtroppo, ancora terribilmente attuali dopo sessant’anni. Infine, per ultimo ma non ultimo, Gli intellettuali e gli ebrei un articolo di Mario La Cava pubblicato da Gazzetta del Sud il 3 novembre 2004 in cui scrive “Sembra a molti intellettuali che se un popolo nel corso della sua storia sia stato sempre sopraffatto dagli altri, non debba acquistare mai il diritto né la capacità di difendersi. Si crede doveroso attribuire al popolo vinto il privilegio del martirio e quello del susseguente perdono cristiano. Gli intellettuali di cui parlo sono gli stessi che tuttora imprecano contro la crudeltà dei nazisti”. Secondo La Cava per questi intellettuali Israele è colpevole di esistere e di aver raggiunto obiettivi ritenuti impossibili. Aggiunge che questi intellettuali non amano l’Occidente, pur apprezzandone i vantaggi e che – in realtà – vogliono la scomparsa d’Israele. Non danno peso al furore dei movimenti religiosi, di cui si avverte il risveglio proprio nel mondo islamico. “Almeno noi staremo in pace, dicono con sorprendente incoscienza”.

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