di Emilio Jona

“Sono arrivato in Israele l’indomani del 7 ottobre. All’aeroporto Ben Gurion, gli allarmi risuonavano a un ritmo sostenuto. Tel Aviv e Gerusalemme erano di ghiaccio malgrado il calore dell’estate tardivo, sembravano delle città morte.”

Scrive Bernard-Henry Lévy (B.H.L., Solitude d’Israel, Bernard Grasset, 2024)

“Nascondono i corpi agli occhi del mondo, i sudari di Gaza.” Risponde (Paola Caridi, Sudari. Elegia per Gaza, Feltrinelli, 2025)

Due inizi di libri divaricanti, profondamente dissimili e sostanzialmente viziati da uno stesso pregiudizio. Anche le loro immagini talvolta coincidono, per le stesse intenzionalità poetiche. “I sudari hanno parlato con la forza immanente di un sussurro, di un soffio di vento” dice Caridi. “È tempo che le nazioni del mondo dopo avergli fatto respirare l’odore dei proprio corpi lascino un soffio d’aria a ciò che resta del popolo ebraico” dice B.H.L.

Quella di Caridi è un’appassionata difesa del mondo palestinese, e quella di B.H.L. del popolo ebraico e dello Stato di Israele; entrambe toccano pressoché gli stessi punti dolenti della vicenda mediorientale.

La Solitude d’Israël, è uscito nella primavera del 2024, lo rileggo oggi dopo meno di due anni e noto che poco e nulla è cambiato nella realtà e nelle sue rappresentazioni simboliche della feroce guerra tra Hamas e Israele.

B.H.L. non aveva mai camminato in tanta desolazione, un posto di polizia devastato, il corpo di un jihadista abbandonato disfatto, coperto di formiche, Sderot, città di frontiera con Gaza svuotata della quasi totalità dei suoi abitanti, i kibbutz di Kfar Aza e Be’eri, bastioni di un sionismo laico, liberale e pacifista, devastati, l’odore acre delle case mitragliate, scarnificate, le testimonianze terribili dei sopravvissuti e di chi li ha salvati, che raccontano di morti decapitati, carbonizzati, di mani dilaniate, e poi un rave party con giovani di ogni parte del mondo falciati in una carneficina di una ferocia senza precedenti.

Il 7 ottobre ha prodotto uno sconvolgimento nell’anima ebraica e ha toccato il suo cuore nel modo più tragicamente contradditorio nel voler eliminare Hamas e, nel contempo, liberare gli ostaggi.

Israele si difende, è stata colpita al cuore, deve neutralizzare i nazisti che l’hanno insanguinata, e lo fa nel rispetto delle leggi di guerra, e non come si dice, quale una nave ubriaca che non ha più una rotta e una meta. Credo anch’io, dice B.H.L, che la storia non si possa fare senza i popoli, e sono certo che Israele sarebbe ancora pronto ad un accordo sulla base della risoluzione ONU del 1947. che i palestinesi e gli stati arabi han sempre rifiutato, mentre incolpare di genocidio, una parola inventata da uno studioso ebreo per definire i crimini nazisti, è inaccettabile perché fuori da ogni contesto.

Certo oggi Israele ha degli amici infidi, ma non si può rifiutare la mano a chi te la offre, si deve solo stringerla con prudenza visto che è una mano che gli è tesa senza un’amicizia vera, né rispetto e conoscenza dell’avventura e della memoria ebraica. Certo, dice B.H.L., i Ben Gvir e gli Smotrich sono les peu ragoûtants (quelli poco appetitosi), vorrebbero radere al suolo Gaza, deportare gli abitanti della Cisgiordania, ma siamo seri, egli dice, essi pesano “come pesa una piuma sulla lunga storia di Israele”.

Per me le cose sono chiare: con costoro nessuna alleanza è possibile, e nessuna rinuncia a ciò che siamo, da Akiva a Proust, da Kafka a Rashi, cioè, ad ogni nostro fermento, ad ogni nostra resilienza, dove nulla può rassomigliare ad un disprezzo verso lo straniero, all’odio verso il diverso o al razzismo e al sciovinismo. Con questi pensieri B.H.L. torna al tema centrale del suo libro, cioè al fatto che questa piccola grande nazione è decisamente e drammaticamente sola, perché, qualunque cosa faccia, è votata all’obbrobrio e all’essere presa tra due fuochi, tra i liberali che le rassomigliano, ma la contestano, e gli illiberali che non le rassomigliano, ma la difendono.

Ma il ritorno degli ebrei in Israele ha suscitato una diffusa accusa di colonialismo, di usurpazione di una terra altrui e qui la difesa di B.H.L. si accende. Il sionismo, egli dice, non fu un fatto coloniale, degli ebrei sono sempre vissuti nella terra che era l’antico stato di Israele.

Ora né gli arabi né gli ebrei al tempo di Herzl costituivano una nazione, nel ’47 gli arabi palestinesi si consideravano parte della Siria, gli ebrei che erano un terzo della popolazione della Palestina pensavano a un loro Stato;  il flusso migratorio si era accentuato negli anni ‘30 con la persecuzione hitleriana, ma l’incremento della popolazione ebraica non era avvenuto con un furto o con dolo, le terre, tranne casi eccezionali, furono acquistate dagli arabi, certo negli ebrei c’era un progetto ideologico, ma esso non era fondato sulla forza e sul disprezzo delle leggi. Nel 1948 ci fu un’espulsione massiccia di palestinesi, lo ricordarono per primi alcuni storici israeliani, da Tom Segev a Benny Morris, a Avi Shlaim, ci furono atti di violenza e di terrore e centinaia di migliaia furono i palestinesi che abbandonarono la Palestina, anche sulla scorta degli appelli delle tribù e degli stati arabi che promettevano loro un pronto ritorno, ma contestualmente ci fu una pari espulsione di ebrei dai paesi arabi della zona, con morti e rapine dei loro patrimoni. Israele è il frutto non di un insediamento coloniale ma di un’emancipazione, che nasce al momento della dissoluzione degli imperi e non per una loro creazione e accrescimento; riguarda semmai l’antimperialismo, e non l’imperialismo. I palestinesi contestano il fatto che debbano essere loro a pagare loro il prezzo delle colpe che l’Europa aveva nei loro confronti, dicono che essi non c’entrano per nulla e che è una vicenda che riguarda solo gli europei. Ma non è così, vi è stato un nazismo arabo. Mein Kampf e i Protocolli dei Savi di Sion circolarono ampiamente in Medioriente negli anni ’30 -’40, parte del mondo arabo si alleò con le potenze dell’asse e ci furono pensatori e politici arabi decisamente nazisti di cui egli cita nomi e cognomi. Infine, B.H.L. tocca la questione più delicata, quella delle morti dei bambini palestinesi e riconosce che la loro morte è uno scandalo. Egli richiama tutti i suoi interventi in proposito, sui bambini ebrei assassinati e quelli uccisi in Bosnia, nel Darfur, in Angola, quelli gasati in Siria da Bashar al-Assad, quelli annegati a Lampedusa e i massacrati nello Yemen in Nigeria e in Somalia. Ma la responsabilità dei morti a Gaza, egli sostiene, spetta prima di tutto a chi li ha deliberatamente usati come scudi umani, e non ai nipoti dei sopravvissuti di Auschwitz.

Io penso, scrive ancora B.H.L., che la decisione dei bombardamenti abbia comportato dubbi e notti insonni, penso che certamente Israele ha commesso degli sbagli e che sarà la giustizia a determinare le sue responsabilità, ma ciò che è certo, è che Israele non ha voluto quei morti, che non aveva altra scelta e ha preso tutte le precauzioni umanamente possibili, dai messaggi radio, agli avvertimenti telefonici, ai volantini per dar modo alla popolazione civile di avere il tempo di fuggire, e trovare scampo. B.H.L. continua tenacemente a pensare che Israel sia una nazione diversa da ogni altra, e che, come ha scritto Rashi, gli ebrei abbiano ricevuto la terra non in dono, ma come suoi ospiti, l’abbiano abitata per missione, seminando e raccogliendo i suoi frutti e lasciando gli alberi liberi di espandersi con tutte le loro radici. Egli si chiede se Israele abbia rispettato questo programma, e sostiene che lo abbia fatto, certo, egli aggiunge, nel governo di Israele ci sono uomini che ancora mi turbano, un fascista omofobo che incoraggia spedizioni punitive nelle città della Giordania, e prefigura l’emigrazione di ogni abitante di Gaza, e un altro che si dice discepolo del rabbino Mehir Kahnan il cui partito era stato interdetto nel 1964 per terrorismo e si propone di cacciare i palestinesi dalla Cisgiordania, e un primo ministro loro complice per ragioni di bassa politica , nonché attivisti ebrei che attaccano gli insediamenti in Cisgiordania ed ebrei di Israele ed Europa che ascoltano quei cattivi maestri.

Io li conosco, dice, e vorrei convincerli che la storia e l’esperienza politica di Israele è un’altra cosa, è la negazione radicale dello sciovinismo e del populismo che sta guadagnando il mondo. Perché c’è ben altro, egli conclude: c’è un popolo raccolto attorno ai suoi soldati, ai suoi ostaggi, una Tel Aviv pietrificata e deserta, ma vibrante di una società civile ricca e composita di laici e di religiosi, c’è il grande rumore del Libro con cui non ci si cessa di confrontare e di discutere, ci sono i kibbutz coi loro pionieri che hanno fatto il loro viaggio all’inferno sino all’ultimo cerchio e ritorno, c’è Amos Oz con le sue storie d’amore e di tenebre, e c’è questo popolo mondo in questo minuscolo lembo di terra, questo miracolo di resistenza, di intelligenza, di bontà di lucidità, c’è questo sionismo vincente, radioso, luminoso, esemplare. Per lungo tempo gli ebrei nell’esilio hanno salmodiato con le loro arpe appese agli alberi in segno di tristezza ma ogni ebreo dovrebbe cantare: se io ti dimentico, anima ebraica, se io dimentico colui che dice che salvare una vita vale più che osservare lo Shabbat, colui che mette lo spirito al di sopra della fede e la lettera al di sopra dello spirito, colui che è sopravvissuto a tante prove e a tanti massacri senza mai perdere il suo distacco dal potere e conservando la sua ironia davanti alle sue grandezze, se io dimenticassi la solitudine ebraica che faceva trattenere Abramo, come dice il midrash, su di una riva del fiume, mentre i popoli della Storia si tenevano sull’altra riva, se io non ritenessi di essere garante di ogni uomo, come afferma il Talmud e che l’anima, lo spirito, e il genio del giudaismo resistono bene nella tormenta, se io dimenticassi tutto ciò, egli conclude, il cuore di Israele si seccherebbe.

È così che B.H.L. si sgrava dal peso immenso di raccontare l’Israele dei nostri giorni, attraverso una appassionata, e direi disperata difesa che cerco di comprendere, che talvolta marginalmente apprezzo, ma che nella sostanza non condivido e in cui non mi riconosco.

Provo a dipanare le ragioni del mio dissenso che curiosamente per metodo critico non sono distanti da quelle che ho avanzato su Sudari. La debordante enfasi sentimentale, l’identificazione ideologica con cui egli racconta con parole poetiche e liricheggianti la solitudine d’Israele non lascia margine per guardare con obiettività gli eventi della storia. Sovente quest’enfasi, questa passionalità, questo lirismo, ci confonde e sorregge una visione di ciò che è accaduto che è tutta di parte. Essa è come una coltre che oscura il pensiero, che infastidisce e occulta in modo veemente la realtà.

Ma che cosa non funziona nella calda perorazione e nella sua difesa ad oltranza di Israele? Non funziona la sua cecità, la sua incapacità, per la sovrabbondanza delle sue partecipazioni emotive a cogliere la natura bifronte e il contenuto e le ragioni dell’una e dell’altra parte di questo conflitto.

Diciamo prima di tutto che B.H.L. ribalta lo schema che ha costituito il nucleo delle considerazioni sul Medioriente della Caridi, e cioè che il forte abbia sempre torto e sia colpevole, che il debole abbia sempre ragione e altrettanto l’abbia il colonizzato verso chi occupa la sua terra.

Egli afferma in sostanza che Israele non è così forte perché è totalmente solo, e che il debole non è così debole perché è difeso da centinaia di milioni di amici. Mentre la colonizzazione non riguarda ogni migrazione (anche se contiene violenza) da un Paese all’altro e che il termine colonizzazione non si attaglia ai primi insediamenti israeliani e alla sua disponibilità di accordo nel 1948 e a una divisione delle terre in due Stati accettata da Israele e contestata da tutti i Paesi arabi che stanno intorno. Manca nel discorso di B.H.L. una presa d’atto che la realtà della Palestina non è fatta solo di Hamas, ma anche della sia pur corrotta e sottomessa autorità palestinese e soprattutto da quella parte non indifferente di società civile che quelle organizzazioni non rappresentano e della legittima pretesa di essere un libero stato nella loro terra. In questa realtà fatta di poco meno una decina di milioni di palestinesi a fronte di un pari numero di israeliani, Israele, nel rispondere a un pogrom atroce, che ha costituito un trauma di proporzioni inaudite nella società israeliana, ha scelto la vendetta e la colpevolizzazione dell’intero popolo palestinese, per oltre due anni ha bombardato incessantemente Gaza, ucciso decine di migliaia di civili, distrutto l’80% delle sue costruzioni, insieme alla maggior parte delle sue strutture di vita, ospedali, scuole, luoghi di culto, affamato la popolazione e considerandola responsabile nella sua totalità delle nefandezze compiute da Hamas, mentre per quanto riguarda la Cisgiordania, essa ha proseguito e incrementato a dismisura la sua colonizzazione con una vera e propria pulizia etnica e con l’uccisione sistematica dei suoi abitanti, la distruzione delle loro case, il taglio dei loro ulivi, l’espropriazione delle loro terre. Di quanto accade in Cisgiordania B.H.L. non dice una parola e si limita a una generica critica sulla condotta dei coloni, tacendo delle loro azioni e del supporto sempre più esteso dell’esercito israeliano alle loro iniziative delittuose. Non solo, ma pur riconoscendo il carattere delittuoso delle azioni e delle parole di due dei più autorevoli componenti del governo israeliano, e del comportamento del tutto complice del primo ministro, non valuta la gravità e l’importanza della deriva razzista e millenaristica dello Stato di Israele, mentre non rifiuta l’appoggio della peggiore destra europea. Si tratta di un governo che sta letteralmente distruggendo la democrazia, ma per B.H.L. tutto ciò ha il “peso di una piuma”, se raffrontato alla gloriosa storia di Israele che egli vede, con uno sguardo strabico, tuttora presente, forte e imperitura. Le lunghe pagine sulla bellezza e sulla grandezza d’Israele lasciano un lettore come me turbato per la loro radicale irrealtà, per il loro carattere fantasmatico, per il loro non rendersi conto che da anni Israele si è incamminato per una strada che è sempre più lontana dai valori della democrazia e dai principi che hanno fondato lo stato e la cultura ebraica nel tempo. Lascia poi sconcertati la superficiale e affrettata analisi di come sia stato possibile che l’esercito e i servizi segreti, forse più efficienti al mondo, si siano lasciati cogliere clamorosamente impreparati e ignari di fronte ad un’azione militare che ha richiesto una lunga e appariscente preparazione delle proporzioni di quella posta in essere il 7/10. Ma soprattutto è la sua totale sottovalutazione della deriva fascista e razzista che ha informato sempre più platealmente la condotta del governo israeliano a Gaza e in Cisgiordania nei confronti dei palestinesi in contrasto ai valori fondanti l’ebraismo.

Manca poi in questa ricostruzione, fortemente simbolica e priva di analisi geopolitica, una qualunque considerazione sulle condizioni di vita dei palestinesi fuori e dentro Israele, sulle sofferenze, sulle violenze cui sono quotidianamente sottoposti.

Il libro di B.H.L. nella sostanza offre un’immagine astratta e idillica della realtà israeliana proprio nel momento in cui essa è più drammaticamente controversa e conflittuale anche al suo interno. Infatti la sopravvivenza di Israele e dei valori che lo hanno informato sono insidiati oggi non tanto e soltanto dalle azioni dei Paesi e dei movimenti che gli sono ostili, quanto dal conflitto ideologico insanabile tra laici e religiosi, tra democrazia e millenarismo messianico razzista e da ragioni demografiche. L’aumento esponenziale di haredim e di arabi israeliani li farà, secondo i demologhi diventare, nella prossima generazione, la maggioranza degli abitanti del Paese, rendendolo ingovernabile.

Mentre B.H.L. si culla nell’immagine di un oggi distorto, ma colmo di un grandioso passato solitario e di un futuro, la guerra civile e la dissoluzione dello Stato ebraico e la fine di una cultura millenaria appaiono come una possibilità tragica ma non irrealistica.

Come un cieco nelle rovine di Gaza
cammini offrendoci
lo stanco splendore del tuo sapere
ma per un attimo taci
lascia che un passo
di gingi[1] bambini risuoni
che le cetoselle anzitempo fiorite
depositino i loro petali gialli
sui loro volti perduti
di tenero color albicocca
che per 100 chilometri
da Tel Aviv a Nir Oz
in un immane silenzio
di lacrime e di addio
i nomi lievi e sognanti
di Ariel, di Kfir Bibas
salgano veloci nel vento.

Arresta la tua scorza sonora
sul bordo del loro balbettio
ascoltalo, dicono
che il regno delle colpe
è senza confine, dicono
di essere faticati e vinti
chiedono che sia restituito
a tutti il dolore
anche quello nemico
e a loro il prepuzio
ora che il patto, segno di gloria
e di sottomissione, e la sua storia
sono sporchi e traditi…

 

[1] Gingi/dai capelli rossi

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