di Betti Guetta
Il termine antisemitismo abbraccia uno spazio semantico che va dall’espressione di pregiudizi, stereotipi ad azioni concrete più o meno gravi. Può riguardare l’ebreo, gli ebrei, l’ebreo immaginario oppure Israele, i “sionisti”, gli “ashkenaziti”. Si può esprimere nel discorso pubblico o privato, può esprimersi online oppure nella vita materiale, fisica.
“L’antisemitismo è una precisa Weltanschauung, una visione del mondo, al cui centro c’è il fantasma dell’ebreo, l’ebreo cospiratore, l’ebreo portatore del male. Tutte idee che nascono sullo sfondo dell’antigiudaismo che è una delle componenti essenziali e fondamentali del pensiero occidentale, anche illuminista, anche razionalista”.[1]
Per la sua vitalità e trasversalità spazio-temporale, l’antisemitismo è un problema antico ed eterogeneo: si esprime in forme diverse che cambiano a seconda della situazione e del contesto politico, economico, sociale. L’antisemitismo può essere visto come la discrepanza tra ebrei reali e l’immaginario giudeofobico che gli attribuisce caratteristiche e obiettivi presunti, sempre ostili. Elemento distintivo dell’antisemitismo è la sua dimensione emozionale e contradditoria.
L’antigiudaismo di matrice teologica, l’antisemitismo moderno, razziale o nazionalista che vede l’ebreo come “altro” in base alla razza o al suo cosmopolitismo, l’antisemitismo postmoderno che assume narrazioni molteplici, il neoantisemitismo, legato al conflitto mediorientale, sempre più celato dietro posizioni antirazziste e antimperialiste; tutte queste forme si sono susseguite nel tempo. Forme di antisemitismo tradizionali e contemporanee si sono incrociate, quello di matrice neonazista accanto a quello mondialista, o al radicalismo di matrice islamica, alimentato con l’antisionismo e l’odio verso Israele.
La nuova ostilità antiebraica influenzata da antiche immagini e pregiudizi radicati nella mentalità e nell’immaginario collettivo, ha ripreso forza.
I fattori che alimentano l’antisemitismo anche oggi sono:
– la permanenza di pregiudizi e stereotipi storicamente radicati;
– la diffidenza nei confronti della diversità;
– la diffusione del pensiero complottista come chiave di lettura del mondo;
– la negazione, la distorsione e la banalizzazione della Shoah;
– la demonizzazione dello Stato d’Israele che influenza l’antisemitismo nella società civile.
Se, in condizioni di tranquillità, l’antisemitismo occupa territori sociali e culturali circoscritti, in situazioni di crisi sociali (difficoltà economiche, emergenza COVID, conflitti, guerre) i sentimenti sotterranei si attivano e l’antisemitismo torna a farsi visibile e a riguadagnarsi la dicibilità pubblica.
La conoscenza degli ebrei è scarsa (numerosità, caratteristiche, provenienza, Ebrei, israeliani, israeliti), ma i pregiudizi che li rappresentano sono radicati e diffusi. Come si evince dalle ricerche demoscopiche e dai sondaggi, l’antisemitismo che periodicamente si “risveglia” pesca in un archivio arcaico ampio che si esprime con idee, immagini, stereotipi e pregiudizi vecchi riproposti con nuovi linguaggi, meme, video riproducibili all’infinito.
Antichi stereotipi si ripropongono di volta in volta in una nuova veste. Gli ebrei, nell’immaginario collettivo rappresentano il potere, la ricchezza, la coesione, la “lobby ebraica” che manipola e cospira contro il resto del mondo, nello stile dei Protocolli dei savi di Sion. L’esperienza degli ultimi anni che ha attribuito agli ebrei perfino la comparsa del Covid-19 ne è stato un esempio.
La presenza ebraica in Italia è sovra rappresentata. Per il 64% degli italiani gli ebrei sarebbero tra i 500 mila a oltre 2 milioni. Una “potenza” immaginata rispetto alla presenza reale che non supera i 30 mila. E anche la percezione di un gruppo non pienamente integrato, legato e fedele a Israele, non italiani fino in fondo, che parla sempre della Shoah, vittimista.[2]
L’Italia è un Paese con una percentuale intorno al 15% di antisemitismo espresso ma con una ampia area di pregiudizi antiebraici, sentimenti di ostilità, rancori che restano sottotraccia fino a quando non trovano l’occasione per sfogarsi. E la guerra di Gaza è stato un fortissimo trigger. Difficile ritenere le espressioni usate e i sentimenti espressi come antisionismo, nella misura in cui le immagini e le narrative utilizzate condividono meme indiscutibilmente antiebraici. Un’interpretazione ostile e arbitraria del termine “sionismo” viene utilizzata per demonizzare l’intero popolo ebraico.
Il 7 ottobre ha generato una svolta inaspettata nel discorso sugli ebrei e sui loro rapporti con la società non ebraica. Ha messo in discussione la posizione di Israele nel contesto regionale e globale, nonché la posizione delle comunità ebraiche in tutto il mondo. Le conseguenze del 7 ottobre hanno progressivamente cambiato il modo in cui sia Israele che gli ebrei vengono percepiti dal resto delle società occidentali e hanno influenzato negativamente la qualità della vita degli ebrei, come individui e come comunità.
L’ostilità contro Israele – che negli ultimi anni si è indirizzata anche contro gli ebrei – sconvolge. Cittadini ebrei chiamati in causa sui comportamenti del governo Netanyahu, a cui viene chiesto di prendere posizione o dissociarsi da Israele. Ebrei offesi e stigmatizzati, boicottati. Oggi molti di noi si sentono incompresi, emarginati, isolati, con gli amici e nei gruppi e nelle associazioni cui partecipiamo. Disagio, rabbia e frustrazione spingono a chiudersi in sé stessi o a rafforzare i legami con amici ebrei e con la comunità ebraica. (indagine JDC ICCD 2024).
La guerra di Gaza ha risvegliato un antisemitismo – già in crescita da anni, come emerso dai risultati del sondaggio dell’Agenzia dell’Unione Europea per i Diritti Fondamentali (FRA) condotto tra gli ebrei nell’UE prima del 7 ottobre 2023, che dimostrava quanto fosse difficile la situazione in Europa per le comunità ebraiche. La metà degli ebrei affermava di preoccuparsi per la propria sicurezza e per quella della propria famiglia e oltre il 70% di preferire nascondere la propria identità ebraica.
Ma oltre alla tragica realtà israeliana, assistiamo all’esplodere di una guerra ideologica globale: una guerra di parole, di immagini, uno scontro morale dove in ogni caso e in ogni circostanza si condanna e biasima Israele, si suggerisce la sua cancellazione e questa retorica è stata lanciata dai movimenti progressisti, in un’ondata di “odio virtuoso”, come scrive Eva Illouz. Odiare gli israeliani e gli ebrei per estensione è diventato morale, potente ed emancipatorio.
La guerra in corso dal 7 ottobre 2023 è stata accompagnata da una campagna mediatica estesa molto influente e unilaterale di discredito e denigrazione che non si è limitata al governo dello Stato d’Israele ma si è allargata allo Stato stesso, agli ebrei e all’ebraismo. La demonizzazione di Israele ha creato un cortocircuito e un certo antisionismo è diventato mainstream, condiviso da molti cittadini, non solo da frange antimondialiste. Narrazioni politiche mascherate da discorso sui diritti umani e anticolonialismo hanno coinvolto molte persone in una polarizzazione degli schieramenti che ha spinto a immedesimarsi con l’una o l’altra parte senza confronti e riferimenti alla complessità. Il risultato è stato un aumento di discorsi d’odio, accuse, semplificazioni e banalizzazioni fortemente anti israeliane come spesso si vede nei talk-show televisivi.
I dati raccolti dall’Osservatorio Antisemitismo del CDEC nel 2024 rilevano un forte aumento degli episodi di antisemiti rispetto all’anno precedente che aveva già registrato un’impennata preoccupante. Aumento che prosegue anche nel primo semestre del 2025. Gli episodi di antisemitismo registrati sono 467, di questi 330 riguardano Internet, 133 sono avvenuti nella vita “reale”: 6 aggressioni, 13 minacce, 32 discriminazioni, 42 graffiti e 8 atti vandalici. Sono aumentati gli episodi nella vita personale, le aggressioni fisiche, gli insulti tipo “ebreo” e “rabbino” come offese tra adolescenti. Attacchi contro ebrei, sinagoghe, scuole e attività commerciali, discriminazioni verso cittadini israeliani in vacanza, aggressioni a studenti ebrei nelle università. Una impennata delle manifestazioni ostili in concomitanza con le proteste universitarie contro Israele, le celebrazioni del Giorno della Memoria e le manifestazioni propalestinesi. Le università si sono trasformate in luoghi prolifici per la discriminazione, gli appelli al boicottaggio e l’attacco a studenti ebrei e israeliani. Boicottaggi dello Stato di Israele dei suoi organismi e delle sue aziende (università, case farmaceutiche ecc.) non si contano più.
La guerra tra Israele e Hamas ha agito da catalizzatore di sentimenti di antisemitismo latente, trasformandoli in espressioni esplicite e aggressive sia nello spazio pubblico che in quello digitale. È importante chiarire che oltre agli episodi contano molto i “discorsi”, la retorica intorno a quello che accade. Il clima che si è creato, la normalizzazione di certi discorsi, il ruolo dei social media nella propagazione di temi e stereotipi antisemiti alimentano il livello di ostilità. Oggi l’antisemitismo da sotterraneo, latente è diventato manifesto, dicibile. Come dice la senatrice Liliana Segre riflettendo sulla mancanza di freni inibitori: «Negli ultimi decenni l’antisemitismo è stato sempre latente, ma solo perché la gente si è vergognata di mostrarlo. Oggi non si vergogna più».
Su TikTok e Instagram proliferano video che ridicolizzano la Shoah, utenti che fanno apologia del nazismo. La Shoah viene strumentalizzata contro Israele accusata di “fare come i nazisti”. La distorsione e l’appropriazione della memoria della Shoah sono mezzi di propaganda utilizzati, con l’uso di parole e immagini volte a equiparare Auschwitz a Gaza. È in questo contesto che la distorsione della Shoah si afferma come la forma più ingannevole e ripugnante di rimozione.
Come scrive David Meghnagi: È in discussione la logica di un antisemitismo che ha riscoperto una falsa innocenza declinandosi come “antisionismo” e “anticolonialismo”. Se il vecchio antisemitismo negava, ridimensionava e derubricava la tragedia della Shoah, il nuovo antisemitismo vuole appropriarsene. Cannibalizza la memoria della tragedia, trasformando le vittime di ieri nei carnefici di oggi. Pareggiando i conti, ci libera da un fardello di colpa incolmabile che – non essendo elaborato – assume forme persecutorie e ossessive»[3]
Oggi l’antisemitismo viene amplificato dalle reazioni pubbliche, politiche, mediatiche che arrivano da Gaza. La parola chiave che ha irrotto nel dibattito pubblico e nell’immaginario collettivo è GAZA un luogo simbolo col quale il mondo ebraico contemporaneo deve fare i conti. La parola “genocidio” viene imposta per schiacciare sotto il peso di un’accusa totale non solo un governo o un esercito, ma un Paese, una società, un popolo. Anche quando la parola genocidio occupa le pagine dei quotidiani e le aperture dei telegiornali di prima serata da mesi.
Nell’ immaginario collettivo un’associazione di idee che è penetrata nel senso comune delle opinioni pubbliche mondiali con meccanismi psicologici di identificazione per le associazioni di Israele agli ebrei oggi.
“Oggi nel mondo per demolire gli stereotipi antisemiti non si può aggirare questo macigno. Il 27 gennaio sarà difficile tentare una separazione senza negare l’incombenza di questa vicenda sulla memoria ebraica e sulla percezione degli ebrei”
Negli ultimi vent’anni l’antisemitismo è stato affrontato nel quadro dell’azione dell’unione Europea contro il razzismo. A seguito dell’aumento significativo dell’antisemitismo, in questi ultimi anni le iniziative volte a contrastarlo hanno avuto un’accelerazione e la lotta contro l’antisemitismo è stata messa in primo piano.
Nel dicembre del 2020 il Consiglio dell’UE ha adottato un’ulteriore dichiarazione incentrata sull’integrazione della lotta contro l’antisemitismo in tutti i settori d’intervento. La Commissione invita le istituzioni dell’UE, gli Stati membri, le organizzazioni internazionali e tutti gli attori della società civile e i cittadini a impegnarsi per un futuro libero dall’antisemitismo. La strategia cerca di andare oltre alla sola risposta all’antisemitismo e di intensificare l’azione destinata a prevenirlo e contrastarlo anche attraverso il sostegno alla vita ebraica nell’UE.
Ma oggi per fronteggiare questo antisemitismo dilagante occorre decuplicare gli sforzi e il lavoro da fare: favorire il dialogo fra culture consentendo di conoscere il mondo ebraico nel suo complesso e con le sue contraddizioni, parlare di storia e di geografia, di identità multiple e di memorie differenziate, di tempi e luoghi che hanno lasciato tracce dolorose da entrambe le parti del conflitto. Insegnare a coltivare il pensiero complesso, cercare punti di incontro, occasioni di confronto che aiutino a superare il silenzio e la rabbia, la spaccatura dolorosa tra gli ebrei e la società civile.
Sarà importante ricomporre una rappresentazione appropriata di ebraismo per non lasciare inciso nel pensiero dell’opinione pubblica l’immagine di un popolo “indegno” veicolata in questi anni.
Rappresentare Israele per quello che è, una società piena di tensione, dibattito e rabbia. Come si è visto nelle centinaia di migliaia di cittadini che hanno manifestato contro la guerra e il governo Netanyahu, segno di un paese diviso tra la sua identità democratica e una deriva autoritaria.
Betti Guetta – Sociologa, studiosa di atteggiamenti sociali e politici. È responsabile dell’Osservatorio Antisemitismo del CDEC (Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea).
[1] www.osservatorioantisemitismo.it Indagine su opinion leader 2021
[2] www.osservatorioantisemitismo.it Studi demoscopici
[3] https://www.ilriformista.it/meghnagi-accusa-la-sinistra-non-sa-cose-il-sionismo-israele-469581/





