di Rimmon Lavi
Mi permetto di intervenire nel dialogo interessante tra Anna Segre e Filippo Levi, “Vergogna, responsabilità e impegno” (HaKeillah del dicembre e marzo scorsi), per riferirvi due frasi di Carlo Ginzburg, che ho letto in un’intervista ad Alon Altaraz pubblicata sul quotidiano israeliano Yediot Ahronot il 27 febbraio 2026: “una persona appartiene a un posto delle cui azioni si vergogna, o per lo meno può sentirne il sentimento”. Forse questa definizione vi è nota, formulata già nel 2019 in America dallo storico d’origine torinese: si chiedeva perché fosse così disgustato dalle notizie sulle torture a Guantanamo ma non ne sentisse vergogna, mentre questo sentimento lo invadeva per cose molto meno gravi che avvenivano in Italia. Il Vincolo della Vergogna, pubblicato in Italia da Adelphi, è una raccolta di saggi. In quello che dà il titolo alla raccolta si legge: “La strage orrenda del 7 ottobre 2023 ha suscitato vergogna nelle persone che appartengono alla comunità palestinese e non s’identificano con la violenza perpetuata dal Hamas. La reazione crudele, proprio criminale, del governo Netanyahu ha suscitato vergogna sia in Israele sia nella Diaspora ebraica. Anch’io, italiano-ebreo come si definiva Primo Levi, ho sentito vergogna come ebreo, pur non vivendo in Israele”.
Ecco, dunque, che il sentimento di vergogna definisce il legame alla patria, a cui tu appartieni (e non a una terra che appartiene a “noi, unici eletti!”) e alla comunità con cui ti senti collegato. Ginzburg non ama parlare in termini d’identità e la reazione è personale. Io appunto sono sconvolto di vergogna da patriota israeliano per le azioni del mio governo, per l’impotenza mia e dell’opposizione locale e anche per le ripercussioni sugli ebrei del mondo. Da ebreo capisco la difficoltà per gli ebrei della diaspora nella situazione attuale e mi indigno per le manifestazioni d’antisemitismo, forse ancora di più se viene dalla sinistra in cui sono cresciuto. Ma in un certo senso mi vergogno che il sionismo, a cui avevo aderito e per cui sono diventato israeliano, si è trasformato, attraverso la sua espressione attuale in Israele, in fattore o pretesto del rigurgito disgustoso e preoccupante dell’antisemitismo: proprio il sionismo che credeva di poterlo eliminare e liberarne l’Europa per sempre.
Già in due miei articoli pubblicati su HaKeillah nel gennaio e ottobre 2024, di fronte all’antisemitismo dirompente, spesso sotto forma di antisionismo, avevo proposto di rendere meno idiosincratico il legame degli ebrei con Israele. Cioè rinunciare alla pretesa israeliana di monopolio rappresentativo degli ebrei del mondo e alla loro automatica fedeltà acritica. Cioé confutare l’equazione tra antisemitismo e antisionismo (pur essendo quest’ultimo sfruttato spesso come maschera per sentimenti atavici antiebraici). Infine, ripensare in Israele se il sionismo deve essere ancora, 78 anni dopo la fondazione dello stato, la raison d’être di una nazione di 10 milioni di cittadini, la cui legittimità non dovrebbe essere posta in dubbio. Mentre una comunità che si basa su ideologia invece che sulla realtà può sviluppare sovranismo e negazione del diritto di autodeterminazione altrui, mettendosi così in pericolo di delegittimazione per se stessa.
Aggiungo che il filosofo americano Michael Waltzer ha sottolineato che una critica sociale, morale e politica è più effettiva se viene dalle basi comuni alla comunità, come lo era da parte dei Profeti. Mentre se tale critica si fonda su principi universali astratti, non condivisi come propri dai membri della società criticata, essa resta inefficace. Anzi, sembra sostenere automaticamente i “deboli” in ogni situazione, ignorando le loro eventuali colpe e la complessità della realtà storica. Cioè non solo la vergogna può essere sentita veramente solo per azioni, o passività, di cui sei direttamente o indirettamente responsabile, come “affiliato” alla comunità, ma anche la critica può avere maggiore effetto se viene dall’interno del sistema di valori comuni e si fonda sul sentimento di appartenenza.
In ultimo, leggendo una traduzione in ebraico di un saggio straordinario Noi ebrei polacchi del poeta ebreo polacco Julian Tuwim, scritto in America un anno dopo la rivolta del ghetto di Varsavia, sono stato colpito da una frase (tra tante eccezionali) che mi pare particolarmente adatta al mio intervento sul dibattito tra Anna Segre e Filippo Levi, e la cito qui:
“Polacco, perché ho assorbito dai polacchi alcuni dei loro tipici difetti nazionali. Polacco, perché il mio odio ai fascisti polacchi è maggiore al mio odio ai fascisti di qualsiasi altro popolo. E io considero questo una caratteristica principale del mio essere polacco. Ma anzitutto, polacco perché così mi va”.
Gerusalemme, 8.4.26






