di Emilia Perroni

Quando due bambini litigano, entrambi diranno “Ha iniziato lui”: è molto raro sentire “Ho incominciato io”, da bambini, da adulti e da Stati in Guerra. Al massimo sentiamo dire “Mi hanno provocato”. Ammettere la propria aggressività è un atto coraggioso, indice di auto- consapevolezza e di maturità che non tutti raggiungono.

La psicoanalista Melanie Klein descrive due posizioni fondamentali dello sviluppo umano: la «posizione paranoide», in cui il pericolo è attribuito all’esterno e il nemico viene demonizzato, e la «posizione depressiva», più matura, che permette di tollerare ambivalenze, assumersi responsabilità e fare trattative. Queste due posizioni non sono necessariamente patologiche ma sono stati d’animo che si alternano nella vita di tutti: in situazioni di pericolo tendiamo a diventare più «paranoici», mentre in situazioni di sicurezza siamo più flessibili e disponibili a fare trattative. Lo stesso vale anche per le collettività e gli Stati: quando uno Stato si sente minacciato, tende a proiettare all’esterno la propria aggressività e a vedere ovunque nemici, sia interni sia esterni; al contrario, quando si sente più sicuro, è più incline ad accettare differenze e pluralità, senza sentire il bisogno di eliminarle.

Dal 28 febbraio Israele si trova nel pieno di una nuova guerra: Israele e gli Stati Uniti da una parte e l’Iran dall’altra. È stata definita «guerra preventiva», ma pare piuttosto un atto di aggressione dettato da logica difensiva paranoica. Netanyahu, ormai bollato come responsabile della tragedia più grande del popolo ebraico dopo l’Olocausto — il pogrom del 7 ottobre da parte di Hamas — aveva bisogno di cancellare tale onta attaccando il nemico «storico» — l’Iran — utilizzando lo stato di emergenza per consolidare il proprio potere, giustificando l’azione militare con motivazioni come la minaccia nucleare iraniana o il cambio di regime, senza tenere conto delle conseguenze sulla popolazione.

In questo contesto cercherò di mettere in luce alcune dinamiche attuali della parte ebraica della società israeliana (che è l’80% della popolazione) e non della parte araba (che è il 20%), argomento di grande importanza che richiede però di essere trattato separatamente.

Ritengo importante sottolineare che io appartengo a una minoranza, la sinistra liberale, e che la maggioranza in Israele ha una visione della situazione molto diversa dalla mia.

Nonostante il grande entusiasmo che tale guerra ha suscitato nella maggior parte degli israeliani, la situazione all’interno del Paese è, a dir poco, catastrofica. La relativa democrazia, di cui Israele si è sempre vantata, è da qualche anno in grave pericolo e ci sono segni preoccupanti di fascistizzazione: le istituzioni democratiche e legislative sono continuamente attaccate da chi si adopera per una teocrazia militarista. Tuttora la maggior parte degli israeliani è favorevole a questa guerra.

La soluzione militare ai problemi si è dimostrata quasi sempre fallimentare. Per esempio, la pseudo-motivazione della guerra a Gaza è stata quella di debellare il potere di Hamas, ma Hamas, nonostante due anni di continui bombardamenti da parte dell’esercito israeliano, ha ricostituito il suo dominio. Con i bombardamenti dei siti nucleari in Iran, avvenuti lo scorso giugno, Netanyahu e Trump avevano assicurato il mondo di avere annientato completamente il programma nucleare dello Stato islamico. È avvenuto il contrario: l’Iran ha ancora le sue riserve di uranio arricchito ed enormi capacità belliche. Purtroppo, la gente è solita dimenticare le promesse non mantenute: amnesia? negazione? superficialità? attrazione per la guerra? Di questo parlerò in seguito.

Dalla nascita dello Stato di Israele, avvenuta nel 1948, si sono succeduti ripetuti conflitti all’interno del Paese e molte guerre con quelli confinanti. L’occupazione israeliana dura da quasi 60 anni e va contro le leggi internazionali. Yeshayahu Leibowitz aveva definito i territori occupati come una vera e propria bomba a orologeria ed era prevedibile che prima o poi sarebbe scoppiata. La popolazione palestinese non ha ancora uno Stato indipendente e c’è stata una sua sopraffazione continua da parte del governo israeliano. Inoltre, è aumentato il fondamentalismo sia islamico sia ebraico.

Tale contesto va tenuto presente per capire meglio ciò che è avvenuto il 7 ottobre 2023. In quel giorno è stato commesso un vero e proprio pogrom da parte di membri di Hamas nei kibbutz adiacenti alla Striscia di Gaza e in altri villaggi vicini. In quel giorno sono stati uccisi più di 1.300 israeliani, catturati 255 ostaggi e più di 10.000 feriti e traumatizzati, fisicamente e psicologicamente. In seguito all’enorme reazione di Israele, a Gaza hanno perso la vita più di 72.000 palestinesi e centinaia di migliaia hanno perso i loro cari e la loro casa.

In Israele una prima reazione è stata di terrore: ci uccideranno tutti? Israele esisterà ancora? Molti, soprattutto i superstiti dell’Olocausto, hanno sentito che stava avvenendo un secondo Olocausto. Forse chi non vive in Israele non può capire la paura che esista la possibilità che il proprio Stato possa improvvisamente scomparire. Israele è ancora uno Stato con confini non riconosciuti, e questo contribuisce alla sensazione che possiamo facilmente essere penetrati e invasi, come del resto è successo.

Quel giorno, il mondo ci è crollato addosso. Ci siamo sentiti spogliati, senza difesa, presi di mira da chi ci vuole distruggere ed esposti alle menzogne che ci aveva raccontato il governo. Sono anche emerse le nostre parti oscure, come la rabbia e il desiderio di vendetta. Soldati al fronte e ostaggi di Hamas non hanno ricevuto le cure necessarie; si sono verificati anche molti casi di suicidio fra i giovani soldati. Altri, fra cui molti giovani, delusi da questo governo, in numero sempre crescente hanno deciso di lasciare Israele e iniziare una nuova vita altrove. Tra il 2023 e il 2024 decine di migliaia di israeliani, tra cui centinaia di medici e numerosi accademici, hanno abbandonato il Paese. È iniziata così una vera e propria fuga di cervelli.

Israele, dopo il 7 ottobre, non è più la stessa. Molti genitori si sono sentiti falliti per avere messo al mondo dei figli in un Paese con un futuro così incerto e per non avere potuto mantenere la promessa di ogni genitore di proteggere la loro vita. La casa (nel senso di home, focolare), per molti è diventata estranea; i suoi abitanti sono diventati estranei gli uni agli altri.

In Israele esistono molte fratture: quella fra religiosi e laici, fra ebrei israeliani e palestinesi, fratture nelle famiglie e nelle amicizie. Esiste anche un contrasto fra la disintegrazione della società nei suoi organi più importanti — come il sistema giudiziario, l’economia, l’educazione, la sanità e la sicurezza — da un lato, e l’incredibile fiorire della tecnologia, della ricerca, della cultura, dell’arte, del cinema e del teatro, dall’altro. C’è un misto di morte e di vitalità. Ma la principale frattura è quella fra la popolazione militarista, appoggiata dai nazionalisti religiosi, e quella liberale.

Oggi gran parte del pubblico liberale è stanca, non ha più la forza di manifestare, nonostante il Paese si trovi in uno stato di grave emergenza. In molti israeliani si è formata una patina di apatia e di negazione, sia della sofferenza inflitta alla popolazione di Gaza e del regime di Hamas, sia della necessità di indagare seriamente sulle responsabilità per quanto è avvenuto.

Lo spirito sionista liberale di un tempo è crollato e ha ceduto il posto a posizioni molto estremiste nei riguardi degli arabi in generale, e in special modo contro gli abitanti della Cisgiordania. Gli atti di razzismo contro di loro e contro chi non è ebreo si sono paurosamente moltiplicati. Oggi la parte democratica e liberale della popolazione ha sì una coscienza morale, che si esprime ancora nelle manifestazioni di protesta — oggi molto ridotte — ma purtroppo non ha forza politica. Si avverte un profondo avvilimento e un allarmante crollo dei valori. Non ci fidiamo più di nessun tipo di informazione, in nessun settore. Inoltre, si è verificato non solo un intensificarsi del militarismo, ma anche un richiamo alla religione, che sta invadendo sempre più la sfera pubblica.

Nel suo trattato Sette discorsi sull’ebraismo, il filosofo Martin Buber ha scritto della differenza fra religiosità e religione, definendo la prima come anelito spirituale verso l’altro, e la seconda come arida osservanza dei rituali. Assistiamo oggi in Israele a un continuo aumento del fanatismo religioso. Si tratta di una vera e propria «mutazione» dell’ebraismo, che assume oggi un orientamento politico e ideologico di carattere etno-nazionalista e razzista, con manifestazioni fasciste e pagane e disprezzo per la cultura occidentale.

Si tratta di una religione ben diversa da ciò che intendeva Martin Buber e da quella nella quale sono cresciuta io. Oggi essa è diventata egocentrica, paranoica, non protesa verso gli altri, tribale, messianica, con aspirazioni a conquiste territoriali e azioni punitive. In questo clima è stata promulgata anche la legge sulla pena di morte, ma solo per i terroristi arabi, e non per i terroristi ebrei. Ci sono, però, anche eccezioni di ebraismo umanistico, fra le quali, ad esempio, l’organizzazione «Rabbis for Human Rights – RHR» (Rabbini per i diritti umani), i cui membri vanno a difendere i palestinesi nei territori occupati dalle aggressioni dei coloni, col rischio di venire picchiati e feriti.

Le varie guerre in cui veniamo continuamente coinvolti hanno colpito anche la nostra capacità di pensare in maniera articolata. Ora, per molti, esiste solo il bianco e il nero. La maggioranza degli israeliani pensa solo alla sofferenza della popolazione ebraica e si rifiuta di riconoscere quella degli abitanti di Gaza e dei territori occupati. Molti palestinesi, d’altro canto, non riconoscono la sofferenza degli israeliani e neanche il loro diritto di esistere. Non si tratta certo di un rapporto simmetrico, ma de facto non esiste ancora, da nessuna delle due parti, una disposizione al riconoscimento reciproco.

Sentiamo spesso il paragone accusatorio fra ciò che gli ebrei hanno subito durante la Seconda guerra mondiale — le leggi razziali, l’Olocausto — e ciò che Israele perpetuerebbe nei riguardi dei palestinesi. Paragonare la Guerra contro Gaza e contro l’Iran a quella contro la Germania nazista è fuori luogo e porta a giustificare qualsiasi crimine. Si tratta di due fenomeni diversi.

Come afferma Eran Rolnik, psicoanalista e attivista, occorre distinguere fra la minimizzazione dell’Olocausto, che sarebbe un torto morale e storico al popolo ebraico, e una generalizzazione di processi analoghi che lo hanno reso possibile. In altre parole, Rolnik reagisce al tabù che si è formato nella società israeliana e che vieta di paragonare l’Olocausto ad altri crimini, così come critica il paragone fra l’islamismo radicale e il nazismo. Rolnik scrive sulla necessità di comprendere e analizzare le circostanze che hanno favorito l’ascesa del nazismo e «usare» l’Olocausto come avvertimento del pericolo di processi di fascistizzazione e di disumanizzazione. L’uso politico dell’Olocausto è aberrante, in quanto esonera Israele dalle proprie responsabilità.

Nel processo di fascistizzazione in atto nella società israeliana, le equazioni presentate dagli slogan sono dimostrazioni pseudo-scientifiche, tipiche del pensiero fondamentalista, che eguaglia elementi diversi e nega le differenziazioni. Ogni propaganda è un insieme di vero e di falso. Se non vi fossero anche elementi veri, non funzionerebbe. Netanyahu, per anni, ha indotto la paranoia che tutti siano contro di noi. Si tratta di un meccanismo molto sottile: è facile convincere gli ebrei che possono venire annientati, perché tale paura è comunque radicata nell’animo ebraico in seguito a persecuzioni realmente accadute nei secoli. Oggi, sotto i missili iraniani e i razzi dal Libano, è difficile per la maggior parte della popolazione riconoscere la propria responsabilità in questa escalation.

Da quarant’anni Netanyahu ha presentato l’Iran come nemico ultimativo. Del resto, non gli è stato difficile, perché l’Iran è diventato oggi il nemico archetipico che vuole annientare il popolo ebraico. Il giornalista Yair Assulin scrive: «È impressionante vedere come un racconto di più di quarant’anni sia riuscito a confondere la realtà».

In tale contesto, passerò ora a trattare gli ostacoli psicologici che, nel profondo dell’anima collettiva israeliana, persistono nell’impedire possibili trattative per la convivenza dei due popoli.

Forse il più grande ostacolo psicologico è la rimozione del problema palestinese. La guerra con l’Iran devia ulteriormente l’attenzione da ciò che avviene nei territori occupati e a Gaza. Nella «posizione paranoide» gli altri non esistono. Israele continua a cancellare l’esistenza del popolo palestinese e, fino a che non lo «guarderà negli occhi», tale problema non scomparirà.

La preoccupazione per l’identità ebraica è legittima, ma è degenerata, in una parte della popolazione, in arroganza, in hybris, in disprezzo e violenza nei riguardi di chi non è ebreo, e ha portato a una mania di grandezza con risvolti messianici. Questa parte della popolazione vorrebbe riportare Israele a quella che era la sua grandezza territoriale ai tempi biblici. È bene ricordare che l’Antico Testamento non è un testo di storia, ma una narrativa. Pretendere che tutti lo vedano come realtà storica funziona da alibi per giustificare l’occupazione di territori.

La paura di passare per deboli o passivi sta alla base di questo vero e proprio «complesso culturale» che influenza il profondo dell’anima israeliana. Esso impone l’imperativo: «Mai più vittime!»

Negli animi è ancora profondamente radicato il ricordo delle persecuzioni degli ebrei avvenute per secoli e secoli, molto prima della nascita dello Stato di Israele, e c’è una grande paura che si ripetano. Si può parlare di «coazione a ripetere» o di «identificazione con l’aggressore», come quando i bambini picchiati, una volta diventati genitori, perpetuano la violenza subita sui loro figli. La paura, poi, si trasforma in un’assuefazione alla forza. Molti giovani coloni nei territori occupati vengono indottrinati al fine di cacciare i palestinesi. In tal modo si sono formate bande criminali che vanno a picchiare e uccidere palestinesi, a incendiare le loro proprietà e a costringere molti di loro ad abbandonare le loro case e le loro terre. Tali episodi, che sempre più frequentemente leggiamo sui giornali di tutto il mondo, non sono inventati o ingigantiti. Io stessa ero andata, con un gruppo di attivisti, a difendere i pastori e gli agricoltori palestinesi nei territori occupati dalla violenza dei coloni, e siamo stati brutalmente attaccati con razzi incendiari lanciati dai soldati israeliani. Essere circondata dalle fiamme in un terreno brullo e facilmente infiammabile ed essere presa di mira da soldati, che potrebbero essere miei figli, è stata un’esperienza spaventosa. Mai mi sarei immaginata che potesse accadere una cosa del genere in uno Stato ebraico. È una vergogna. Purtroppo, non si tratta di poche «erbacce incolte» — così come sono state definite —, bensì di intere bande che non agiscono in modo isolato, ma che vengono protette da politici, dalla polizia e anche dai soldati che si trovano sul posto, ai fini di una vera e propria pulizia etnica. Tali criminali vengono poi sempre assolti.

Un ulteriore ostacolo a un processo di pace, accennato prima e forse il più scabroso e difficile da affrontare, è la passione per la guerra che pulsa in questa regione. James Hillman, psicologo junghiano, autore del libro Un terribile amore per la guerra (Adelphi, 2004), espone la tesi che tutti — sia pacifisti sia militaristi, non solo israeliani e palestinesi — abbiamo una passione per la guerra e abbiamo difficoltà ad ammetterlo. In Israele, a differenza dell’Europa, la maggior parte della popolazione fa il servizio militare obbligatorio e viene richiamata a servire nell’esercito annualmente fino all’età di 50 anni. Quindi l’israeliano medio ha una mentalità prevalentemente militare. L’amore per la guerra è evidente nei media e sui giornali: se parlassero solo di pace, i giornali fallirebbero in un giorno. Anche presso i giornalisti che vengono inviati in Medio Oriente circola il detto: «Finché c’è guerra c’è speranza!».

Hillman propone di analizzare tale sentimento, di riconoscerne l’esistenza, non di certo per assecondarlo, ma per superarlo. Egli sostiene che la guerra persiste perché tocca qualcosa di profondo nella psiche. Gli esseri umani, continua, sono ambivalenti verso la guerra: da un lato suscita paura e orrore e, dall’altro, eccitazione e senso di appartenenza. Il bisogno di avere nemici alimenta l’adrenalina, non solo nell’età dell’adolescenza e nelle partite di calcio, ma anche nei periodi di ansia. Occorre accettare questo bisogno arcaico e riconoscerlo. Solo così lo si potrà superare. La morale esige di superare i nostri istinti negativi e non di negarli.

Infine, altri grossi ostacoli che impediscono di intraprendere trattative per la pace sono alcuni miti che da secoli «abitano» nell’animo di entrambe le popolazioni. Il noto storico Yuval Noah Harari ha scritto che il conflitto israeliano-palestinese non ha alcuna causa oggettiva, ma è alimentato da miti o narrative storiche infondate. Tali miti portano alla cecità di fronte ai fatti realmente accaduti. In realtà, sostiene Harari, il territorio contestato è sufficientemente esteso e ricco per entrambi i popoli. Sia israeliani sia palestinesi sono convinti di essere entrambi al 100% nella ragione e che l’altra parte non abbia uguale diritto ad abitarvi. Anche se non si tratta di un rapporto simmetrico, ambedue i popoli sono terrorizzati dall’idea di venire sterminati l’uno dall’altro.

Uno dei miti che gli israeliani si raccontano è quello di essere il popolo originario della regione. Dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme nel ’70 d.E.V., nessun imperatore romano o regime successivo ha mai impedito agli ebrei di abitare o di ritornare in quelle che erano le terre di Israele; la maggior parte degli ebrei ha preferito continuare a vivere nella diaspora e limitarsi a sognare con malinconia un ritorno a Sion. Solo un numero esiguo di ebrei è sempre rimasto in quella che viene definita la Terra Santa. Al sorgere del movimento sionista nel XIX secolo, essi costituivano solo il 5–10% della popolazione della Palestina. Quando il sionismo ha spinto gruppi di ebrei a immigrare nella mitica terra promessa, molti di essi erano convinti che non fosse mai esistita una popolazione di arabi palestinesi e che la terra fosse completamente disabitata.

I palestinesi, d’altro canto, sono convinti di essere stati la popolazione originaria: falso. Essi affermano di non aver mai lasciato questa terra. Quando sono arrivati i primi sionisti, questi sono stati visti come colonialisti europei che non avevano il diritto di abitarla. Anche se la presenza ebraica risale a 3000 anni fa, e non è un’invenzione moderna, ciò non implica che gli ebrei abbiano il diritto esclusivo su questa zona. L’affermazione che i palestinesi o gli ebrei siano gli unici ad avere diritto a questa terra è anch’essa priva di fondamento, in quanto, nel corso dei secoli, molti popoli diversi l’hanno conquistata e abitata. Scavi archeologici hanno portato alla luce scritte in cananeo, in aramaico, in latino, in greco, in arabo, in armeno e in altre lingue. La zona è stata per secoli suddivisa in piccole entità etniche e politiche e non è mai esistito uno Stato palestinese.

Tuttavia, i miti sono più potenti della realtà.

I miti che Yuval Harari descrive sono espressioni di bisogni psichici profondi e inconsci delle due collettività. L’attaccamento a tali miti è indice della paura di essere annientati l’uno dall’altro e, soprattutto, di un bisogno cocente di dare un significato alla propria identità, alla propria esistenza e di possedere il diritto — per molti di carattere divino — di abitare in questa regione.

La paura è un sentimento legittimo, ma rischia di bloccare il pensiero e paralizzare la capacità di programmare il futuro. Entrambe le parti hanno senz’altro delle ragioni, ma è bene distinguere fra fatti e miti per poter arrivare a trattative — anche se queste non sembreranno giuste a nessuna delle due parti. L’importante non è avere ragione, ma riconoscere il diritto dell’altro di esistere e aspirare alla convivenza.

Come possiamo superare questi ostacoli?

Innanzitutto, dobbiamo riconoscere i nostri lati d’ombra, i nostri lati oscuri, senza proiettarli sugli altri, e vedere il lato umano della controparte. È bene qui ricordare che in Israele esistono organizzazioni non governative che promuovono iniziative comuni tra israeliani e palestinesi e che danno la possibilità di incontrarsi e di conoscersi. La grande sfida del nostro tempo è riappropriarci del nostro lato umano.

Forti del fatto che l’approvazione per la guerra da parte degli ebrei israeliani sta scendendo — dal 74% il 28 marzo al 50% dopo appena una settimana —, non dobbiamo stancarci di dire, in ogni occasione, nelle manifestazioni e ovunque, «NO» alla guerra: «Insegnatelo ai vostri figli, parlandone con loro, sia stando in casa sia andando per via, sia quando ti corichi sia quando ti alzi…» (Shemà Israel).

Il mondo non si governa con i missili né con il voler avere ragione. No. Il mondo si governa con il rispetto.

Concludo con una poesia di Yehuda Amichai Dal luogo in cui abbiamo ragione

Traduzione di Ariel Rathaus (“Yehuda Amichai”, Crocetti 2021)

Dal luogo in cui abbiamo ragione
i fiori non spunteranno mai
in primavera.
Il luogo in cui abbiamo ragione
è duro e a lungo calpestato
come un cortile.
Ma i dubbi e gli amori
rivoltano il mondo
come una talpa, un aratro.
E sentiremo un sussurro

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