di Filippo Levi
L’ immagine di Itamar Ben Gvir che il 30 marzo brinda dopo l’approvazione alla Knesset della legge che estende la pena di morte per i terroristi palestinesi ha fatto rapidamente il giro del mondo ed ha fatto inorridire molti. I più sperano che questa legge infame venga respinta dalla Corte suprema di Israele, la medesima Corte che il governo di Netanyahu ha cercato, e continua a cercare, in tutti i modi di esautorare ed indebolire, per avere mano libera nella demolizione della democrazia israeliana.
In Israele la pena di morte è prevista dall’ordinamento per reati gravissimi quali il genocidio e l’alto tradimento militare ed è anche stata applicata in due occasioni: il notissimo caso Eichmann ed il meno noto caso Tobianski (ufficiale accusato di tradimento durante la guerra di indipendenza, giustiziato nel ’48 e completamente riabilitato già un anno dopo, in seguito ad indagini più approfondite). La pena di morte è anche prevista dalla legge ebraica (come non potrebbe esserlo risalendo questa a oltre 3500 anni fa?), ma sappiamo che le limitazioni al suo esercizio sono state tali e tante che nella sostanza non è mai stata applicata; questo agli occhi degli ebrei non è mai stato considerato un segno di debolezza ma semmai un vanto!
La legge approvata in Israele prevede un’estensione della pena per i terroristi che causino intenzionalmente la morte in attacchi contro Israele (i terroristi ebrei che agiscono indisturbati in tutta la Cisgiordania sono di conseguenza esclusi). La pena deve essere eseguita tramite impiccagione, in tempi rapidissimi, senza possibilità di appello.
Indipendentemente da quello che accadrà nel prosieguo del processo di conferma o meno della legge, la votazione alla Knesset ha rappresentato un drammatico momento di verità.
62 membri della Knesset hanno votato a favore della legge, sottraendo ai 120 membri della Knesset gli 11 rappresentanti dei partiti arabi, significa che il 57% dei parlamentari ebrei si è espresso a favore dell’introduzione della pena di morte per i terroristi palestinesi. Questo dato ci deve interrogare profondamente.
La legge è espressamente volta contro la popolazione palestinese ed afferma de facto la volontà di accentuare la loro discriminazione e di confermare lo stato di apartheid cui gli abitanti dei territori occupati sono soggetti. L’esistenza di un regime di apartheid nei territori occupati è ormai lampante agli occhi di tutti coloro che osservano questa realtà in maniera obiettiva, per cui non intendo affrontare il tema in questo articolo. Questa nuova legge ci interroga però su quale sia il livello di repressione e violenza che Israele intenda agire per mantenere l’oppressione dei palestinesi, fin dove intenda spingersi nel processo di annichilimento del proprio vicino.
Sappiamo benissimo che Israele non è un monolite, che al suo interno sono presenti movimenti fortemente democratici, pacifisti, che lottano quotidianamente, anche a rischio personale, per una società giusta e rispettosa dei diritti di tutti, che vanno fisicamente a proteggere i contadini palestinesi dalle violenze dei coloni e dell’esercito, che scendono in piazza contro il governo e per difendere la democrazia. Se ne è parlato molte volte sulle pagine di questo giornale e con questi movimenti è fondamentale continuare a collaborare. Ma dobbiamo drammaticamente prendere atto che questa parte di Israele rappresenta oggi una minoranza numerica e culturale nello Stato.
È giunto il momento che l’ebraismo di tutto il mondo riconosca la realtà di Israele per quello che è e ne tragga le dovute conseguenze. Israele è governata da nazionalisti fanatici di ultradestra che hanno portato il paese in un abisso etico senza precedenti nella storia moderna delle democrazie. Che agiscono quotidianamente in maniera squadrista e fascista nei territori della Cisgiordania. Che approvano leggi in parlamento che fanno inorridire chiunque abbia a cuore il diritto. Che perseguono esclusivamente politiche di guerra e violenza.
Israele ha smesso di ricercare una soluzione della questione palestinese che possa portare ad una pace giusta, ma sta perseguendo politiche che stanno portando all’irreversibilità dell’occupazione e al mantenimento sine die di un regime di apartheid ed oppressione dei palestinesi, con continui espropri, in un crescendo di violenza ed intimidazione dei palestinesi e di impunità dei coloni. A fianco del progetto di demolizione del bilanciamento istituzionale dei poteri, Israele sta progressivamente riducendo gli spazi della propria democrazia e di converso sta dando spazio sempre crescente alle istanze più radicali del fondamentalismo religioso e dello sciovinismo. Israele sta alimentando uno stato di guerra perpetua con i propri vicini, non necessariamente determinato da ragioni di sicurezza, ma cercato per gli effetti politici che da questo scaturiscono in termini di gestione del potere da parte del governo.
Nonostante i legami familiari ed amicali che tutti noi abbiamo con israeliani, nonostante il profondo legame affettivo che abbiamo per Israele, nonostante ciò che Israele quale stato ebraico rappresenta per tutti gli ebrei del mondo, non è possibile continuare a relazionarsi con Israele nella modalità “business as usual”, è necessario distinguere tra la maggioranza della società israeliana e una minoranza che, per quanto combattiva, da oltre venti anni sta progressivamente perdendo terreno nella realtà politica del paese.
Il governo di Israele, la maggioranza dei parlamentari e, verosimilmente, la maggioranza della popolazione ebraica dello stato, si riconoscono in valori etici che non ci appartengono, sono in contrasto con gli insegnamenti ebraici che abbiamo ricevuto e sinceramente ci ripugnano.
Affrontare il problema etico che affligge l’ebraismo israeliano non è più rimandabile, pena il contagio di tutto l’ebraismo mondiale.
10 aprile 2026
Immagine: Pieter Bruegel il vecchio – Il trionfo della morte (particolare)





