a cura di Dalia Padoa

Può raccontarci qualcosa di sé e del suo percorso?

Sono nata e cresciuta a Gerusalemme e ho una lunga esperienza nell’ambito del cambiamento sociale in Israele. Mi sono impegnata nella comunità LGBT di Gerusalemme tramite la Jerusalem Open House, con la quale abbiamo dato inizio alle marce del Gay Pride a Gerusalemme, poi ho lavorato per un breve periodo nel campo dell’istruzione e della convivenza israelo-palestinese. Mi sono formata per diventare rabbina e per oltre 12 anni ho operato nel movimento riformato in Israele, impegnandomi a favore della libertà religiosa e della parità di genere, e contro razzismo ed estremismo. Da quattro anni dirigo ACRI, la più grande e antica organizzazione per i diritti civili in Israele. Cos’altro dire… sono sposata e ho quattro figli.

Proviene da una famiglia religiosa?

No, niente affatto! La mia è una famiglia molto laica. È successo così: da adolescente, tutte le mie amiche iniziavano a frequentare ragazzi. A me invece la cosa non andava, quindi l’ho evitata avvicinandomi al mondo della religione dove ci sono regole ferree che vietano il contatto fisico tra ragazzi e ragazze. Durante le scuole superiori sono diventata molto osservante, innamorandomi del mondo della preghiera e dello studio. Poi, intorno ai vent’anni, ho fatto coming-out. Ovviamente a quel punto non potevo rimanere nel mondo dell’ebraismo ortodosso, così mi sono impegnata nell’ambito riformato e progressista.

Venendo alla questione della pena di morte, potrebbe spiegarci come si è arrivati in Israele a una decisione così estrema?

È interessante notare come oggi il mondo intero si allontani dalla pena capitale, abolendola per legge o riducendo il numero di esecuzioni. Israele è praticamente l’unico Paese che sta reintroducendo la pena di morte nel suo ordinamento giuridico. Noi di ACRI abbiamo seguito attentamente tutto l’iter legislativo: ci sono state ore e ore di discussione sulla lunghezza e la larghezza della corda, sui dettagli più cruenti dell’esecuzione. Penso che questo sia molto simbolico della cultura di morte e violenza che l’estrema destra sta promuovendo in Israele.

Abbiamo visto questo tipo di brutalità manifestarsi a Gaza nei tre anni passati, e ora anche in Cisgiordania. La pena di morte ne è la versione ufficiale: la versione legislativa di questa cultura che celebra la morte.

Qualsiasi pena capitale sarebbe orribile, ma questa specifica legge prende di mira solo i palestinesi, siano essi cittadini israeliani o residenti in Cisgiordania. La legge infatti è formulata in modo tale da discriminarli e presenta inoltre molti altri problemi, sia in termini di limitazioni al potere discrezionale dei giudici, sia poiché è la prima volta che la Knesset cerca apertamente di legiferare sulla Cisgiordania, altrimenti soggetta alle leggi dell’occupazione militare. Questo equivarrebbe, in sostanza, all’annessione legale.

Ma come è stato possibile arrivare a questo punto?

Credo sia importante inquadrare la questione anche nel contesto della riforma giudiziaria. L’idea della pena di morte non è affatto nuova: l’estrema destra l’ha proposta ad ogni Knesset nel corso degli ultimi vent’anni. Finora la legge non aveva fatto grandi progressi poiché lo Shin Bet, la polizia segreta israeliana – che pure è un organo per definizione contrario ai diritti umani – aveva sempre espresso un parere legale negativo, secondo cui la pena capitale non aumenterebbe la sicurezza di Israele: anzi la danneggerebbe perché, non solo non scoraggerebbe i terroristi dal compiere attentati ma creerebbe maggiore martirio e ammirazione per i colpevoli. Questo è il motivo centrale per cui non si era mai giunti ​​a un vero dibattito legale sul tema. Ma nell’ultimo anno, Netanyahu è riuscito a sostituire il capo dello Shin Bet con una persona esterna e a lui fedele, che ha cambiato l’opinione professionale dell’organizzazione. Ed è così che ci troviamo in questa situazione.

Come si pongono l’Halakhah (insieme di norme) e il pensiero ebraico rispetto alla pena di morte?

La tradizione ebraica è decisamente contraria alla pena di morte. Su molti argomenti è presente una grande varietà di opinioni, ma la pena di morte è stata unanimemente aborrita dalla tradizione da millenni. Fin dai tempi della Mishnah, ovvero inizio del I° secolo e.v., c’è una documentazione molto chiara dei tribunali ebraici in cui si afferma che, pur essendovi la possibilità della pena di morte, si debba cercare di evitarla a tutti i costi. Inoltre, gli ebrei si sono battuti contro la pena di morte ovunque, per molti secoli. Questa nuova mossa è una netta inversione di rotta rispetto alla tradizione ebraica.

Vorrei inoltre far notare che storicamente, i partiti religiosi in Israele si erano dimostrati contrari alla pena di morte: si opposero per esempio all’esecuzione di Adolf Eichmann nel 1962, sostenendo fosse contraria alla legge ebraica. Fatta eccezione per gli ultraortodossi, questa volta molti partiti religiosi hanno votato a favore: chiaramente, nell’ambito della tradizione esistono anche istanze suprematiste ebraiche che vengono usate dall’attuale governo. Ma, in ogni caso, non dovrebbero essere i valori religiosi a dettare le regole di una democrazia.

Ci sono ancora possibilità di fermare questa legge? Ho sentito di una presa di posizione da parte dei medici israeliani.

Inizialmente era stata proposta l’iniezione letale, che è il metodo di esecuzione più accettato; ma l’associazione dei medici israeliani si è opposta affermando che ogni dottore è obbligato dal giuramento di Ippocrate a sostenere la vita, gli è quindi vietato partecipare a un’esecuzione capitale. Questo è il motivo per cui la pena di morte prevista è l’impiccagione, una pratica che non viene utilizzata in nessun altro paese occidentale: l’impiccagione non richiede un medico, può essere eseguita da un agente penitenziario. Ecco perché l’hanno scelta. Poi vi hanno costruito intorno un’estetica macabra e se ne vanno in giro con la spilla di un cappio sul bavero (prontamente sostituita a quella per il rilascio degli ostaggi).

Riguardo a fermare la legge, ci sono ancora alcune cose in sospeso. Una è che abbiamo presentato un ricorso basato su argomentazioni molto forti. Non è ancora stata fissata un’udienza ma saremmo molto sorpresi se, in quella sede, la legge non venisse modificata; potrebbe anche essere abrogata completamente. Vedremo come si evolverà la situazione, ma almeno possiamo contare sul fatto che la legge non ha effetto retroattivo. Quindi, al momento, in Israele non c’è nessuna persona accusata di omicidio in quelle circostanze che possa essere giustiziata. Un’altra questione da tenere presente è se i giudici applicherebbero effettivamente la pena di morte: non vogliamo aspettare di scoprirlo ma pensiamo che al momento siano meno propensi. Questo e altri governi di destra stanno lavorando sodo per sostituire i giudici e non vogliamo correre rischi.

Israele non ha una costituzione che possa fungere da anticorpo contro questo tipo di leggi, giusto? Solo la Corte Suprema ha questo tipo di autorità.

Le costituzioni vengono solitamente create quando nasce uno Stato. Oppure a volte c’è il cosiddetto momento costituzionale, che può sorgere da una grande crisi. Potremmo essere vicini a un momento simile dopo le prossime elezioni, ma ovviamente non lo sappiamo ancora.

Ciò che sappiamo per certo è che le istituzioni democratiche in Israele sono estremamente deboli. L’Israel Democracy Institute ha realizzato una mappatura delle limitazioni al potere del governo in 55 democrazie, e Israele si è classificato al 54° posto, seguita solo dalla Polonia.

Israele non ha una costituzione né un parlamento bicamerale, non c’è equilibrio tra primo ministro e parlamento. Il governo, ovvero il potere esecutivo, controlla di fatto anche quello legislativo.

Inoltre non facciamo parte di alcun tipo di organizzazione simile a quelle dei Paesi dell’UE, le cui corti per i diritti umani possono fungere da cuscinetto. Pertanto, la Corte Suprema è il principale organo di controllo e bilanciamento del sistema.

Avete stretto un’alleanza con partner palestinesi in questa lotta contro la pena di morte?

Sì, assolutamente. Ci sono diverse organizzazioni palestinesi per i diritti umani, la principale delle quali è Adalah [in arabo: giustizia, ndr], che si stanno appellando alla Corte Suprema contro questa legge, mettendo in evidenza soprattutto il suo elemento discriminatorio. Compariremo insieme in tribunale.

Come percepisce la società civile israeliana? Vede reali possibilità di un futuro migliore per le persone che abitano questa terra?

Penso che ci troviamo tutti in una situazione terribile, in cui le soluzioni militari continuano a fallire ripetutamente nel garantire sicurezza, pace, tranquillità o prosperità. Israele è un Paese estremamente diviso. Ci sono due forze. Una, estremista, che sta facendo di tutto per promuovere i propri valori: questo tipo di legislazione è un ottimo esempio di come l’estremismo si manifesti e venga promosso in modo aggressivo. Dall’altra parte, ci sono centinaia di migliaia di israeliani che si oppongono al governo con impegno e determinazione, protestando contro questa e altre misure. Le elezioni che si terranno nei prossimi sei mesi dimostreranno a che punto siamo, ma nessuna di queste due forze contrapposte scomparirà dopo le elezioni. Se vinceranno quelle più liberali, allora le voci populiste ed estremiste continueranno a cercare di rovesciare il governo; se vinceranno le forze populiste, allora le voci moderate continueranno a protestare e a fare tutto il possibile per fermarlo. Sarà una lotta molto lunga. Ma spero che le istanze di giustizia e pari dignità per tutti i cittadini alla fine avranno la meglio.

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