di Michele Sarfatti
Lathoy è una località francese, nel comune di Saint-Julien-en-Genevois, una trentina di chilometri sopra Annecy, al confine con l’area di Ginevra. Nella primavera 1943 a nord di quella frontiera c’erano la democrazia e l’accettazione contingentata degli ebrei, a sud c’era il territorio francese governato da Vichy e occupato dall’Italia (dal novembre 1942 al settembre 1943). A ovest di quest’ultimo c’erano Parigi e il territorio francese occupato dalla Germania. Roma, Berlino e Vichy avevano differenti politiche sugli ebrei. Nella cosiddetta zona italiana, le autorità francesi volevano collaborare almeno in parte all’azione nazista di deportazione, mentre le autorità italiane non intendevano farlo (fino a metà luglio). Tutto ciò per gli ebrei in Francia significava che valeva la pena provare a sconfinare sia da ovest a est, sia da sud a nord.
La storica svizzera Ruth Fivaz-Silbermann, nel suo libro “La fuite en Suisse. Les Juifs à la frontière franco-suisse durant les années de ‘la Solution finale’. Itinéraires, stratégies, accueil et refoulement” (Calmann Levy, 2020), scrive che nel periodo gennaio-luglio 1943 vi furono circa 1.500 tentativi di passaggio dalla zona italiana al cantone di Ginevra, che circa 300 di essi si conclusero con un respingimento, che le autorità italiane non consegnarono i respinti alle polizie francese o tedesca (pp. 518, 520, 523). Il libro è basato su un ampio studio della documentazione svizzera e francese.
Uno storico italiano, Luca Fenoglio, ha iniziato a studiare le politiche verso gli ebrei praticate dalle autorità italiane di Roma e della zona di occupazione; ma vicende personali (non interessanti qui) lo hanno portato a interrompere quella ricerca dopo alcuni articoli e un libro. A seguito di ciò, ho pensato di ripercorrere il suo lavoro di ricerca presso l’Archivio Centrale dello Stato. Ho così consultato uno dei fascicoli documentari da lui segnalati, intitolato “Arresti e fermi alle frontiere francesi”, contenuto nella serie della polizia intitolata “A16 Stranieri ed ebrei stranieri”. Il fascicolo contiene alcuni riepiloghi della primavera-estate 1943 sulle persone fermate o arrestate da militari italiani in prossimità del confine con la Svizzera. Le persone elencate sono in tutto poche decine, di tutte le nazionalità, e – come si diceva all’epoca – di tutte le “razze”. In un riepilogo è riportato il caso di una signora quasi ottantenne, che ha colpito la mia attenzione e sul quale ho fatto la breve verifica che espongo qui sotto.
Dunque, il 22 marzo 1943 il presidente della Sottocommissione per gli affari economici e finanziari della Commissione italiana di armistizio con la Francia (l’ufficio italiano di gestione dell’occupazione e dei rapporti con Vichy e Berlino) riferì: “La Sezione Controllo e Vigilanza Frontiera di Annemasse, il giorno 4 corrente ha proceduto all’arresto di Perlberg Paolina nata Nelken, nata a Berlino il 12.6.1863, apolide, di razza ebraica, senza fissa dimora. La sunnominata verso le ore 23,50 del giorno 4 c. m. veniva fermata da due alpini della 235^ Cpg. del Btgl. “Valcenischia” mentre tentava di varcare clandestinamente il confine nei pressi del varco Lathoy per recarsi in Svizzera. Dato che non sono emersi sospetti di spionaggio, ed in considerazione dell’età avanzata e delle sue malandate condizioni fisiche, veniva consegnata alle locali Autorità di Polizia francese a disposizione dell’Autorità militare italiana per gli ulteriori provvedimenti di sua competenza. Per i documenti e gli oggetti di valore rinvenuti a seguito di perquisizione personale viene dato ordine alla Sezione di Annemasse di consegnarli all’Autorità Militare del luogo”. La formula “a disposizione di” indica a quale autorità spettavano le decisioni principali sull’arrestata.
Dalla piccola ricerca che ho svolto, risulta che la signora Pauline Perlberg originariamente Nelken, nata a Berlino il 12 giugno 1863, non fu deportata durante il restante periodo dell’occupazione italiana. Risulta che era o era stata residente a Avignone, che in una data successiva all’8 settembre 1943 (ormai ottantenne) era stata internata nel campo di Drancy e che lì fu inserita nel trasporto del 17 dicembre 1943 per Auschwitz-Birkenau, dove fu uccisa. Queste notizie provengono dal Mémorial de la Déportation des Juifs de France, dal Gedenkbuch/Memorial Book-Victims of the Persecution of Jews under the National Socialist Tyranny in Germany 1933-1945, dal The Central Database of Shoah Victims’ Names di Yad Vashem.
Questa è quindi la dolorosa conclusione del caso che aveva colpito la mia attenzione. Non so dire quanti ebrei vi siano tra le altre persone (comunque poche) elencate in quei riepiloghi di arresti e fermi. Né quali destini ebbero. Né ovviamente se vi furono altre ottantenni ebree in fuga verso la vita che furono bloccate. Spero che qualcuno indaghi questi e altri documenti italiani. Ma per poterli indagare dovremmo cessare di giocare a essere la Brava Gente del Bel Paese. Sappiamo che la signora Pauline Perlberg nata Nelken, ottantenne, berlinese, “di razza ebraica”, è morta perché è stata deportata e uccisa in un centro di sterminio di massa. Ma dovremmo chiederci se, pur senza volere o potere diminuire o scalfire in alcun modo la suddetta tremenda responsabilità, qualche ulteriore responsabilità sia da attribuire anche a chi arrestò il suo progetto di raggiungere la Svizzera.





