di Shmuel Sermoneta Gertel
È da un po’ che non tornavo a casa. Sono finalmente arrivato, portando con me della biancheria da lavare. Non la mia personale, bensì quella di tutti noi: i panni che, mi è stato detto, si lavano solo in famiglia. Le macchie sono davvero ostinate, eppure molti membri della famiglia continuano a insistere che i vestiti siano in realtà puliti, e che non ci sia alcun bisogno di lavarli; che addirittura chi ne parla si macchia. Ma qui non c’è nessuno, solo noi, i membri della famiglia. Non c’è da chi difendersi, da chi nascondersi, nessun motivo per negare la realtà. Ci siamo soltanto noi.
Ci hanno accusato di genocidio, di crimini di guerra, di pulizia etnica, di aver affamato deliberatamente la popolazione di Gaza. Abbiamo risposto che sono menzogne, che si tratta di notizie false, di immagini truccate o generate da IA, che ci infangano, che è la solita calunnia del sangue, oppure che la narrazione o le dichiarazioni erano fuori contesto, o che sono stati applicati due pesi e due misure, ignorando i crimini di altre popolazioni. Ma qui, in casa, di fronte a questi panni, possiamo guardarci negli occhi e dirci la verità. In fondo, nel nostro intimo, sappiamo che c’è un nocciolo di verità nelle loro parole, che alcune delle nostre argomentazioni sono piuttosto deboli e che almeno in parte, le prove sono solide.
Mi concedo qui una certa licenza poetica: è chiaro che né voi né io abbiamo ucciso o affamato con le nostre mani. Eppure questa terribile crisi riguarda tutti noi, figlie e figli del popolo ebraico. Questo momento storico definisce la nostra identità, i nostri valori, la nostra eredità. Chi siamo? Cosa rappresentiamo? – agli occhi del mondo, certo, ma soprattutto ai nostri stessi occhi.
Siamo davvero passati, da essere un popolo perseguitato e oppresso, spesso in prima linea nelle lotte per la giustizia e l’uguaglianza, ad essere persecutori e oppressori, alleati dei peggiori leader del mondo? Ci sentiamo davvero a nostro agio in questo ruolo? Vi invito a rifletterci sinceramente e apertamente, senza scuse, senza paura, senza presunti calcoli strategici. Perché qui ci siamo solo noi. Solo noi e i nostri panni sporchi, in famiglia.
In realtà, non accetto il presupposto nel titolo di questa lettera, ovvero che sia inopportuno denunciare pubblicamente crimini gravi, se a commetterli sono “i nostri”. Ma credo che certe questioni possano essere meglio affrontate tra di noi, sia perché farlo ci potrebbe permettere di essere più liberi e più sinceri, sia perché certi aspetti della questione – la nostra identità ebraica e i nostri valori ebraici e universali – riguardano noi, in quanto ebrei.
Personalmente, vi dico che mi sento angosciato e smarrito, e non ho idea di come si possa andare avanti, quale futuro possa avere l’ebraismo dopo un’accusa piuttosto ben documentata di atti indicibili? – anche se ci sono contesti, anche se il mondo è ipocrita, anche se tecnicamente si trattasse “solo” di crimini contro l’umanità o di un’altra definizione giuridica. Ditemi voi: come si va avanti? Ma prima, vi prego, guardate bene la biancheria che ho portato in famiglia, come mi avete chiesto.





