di Manfredo Montagnana

Il libro di Dan Porat intitolato “Il bambino. Varsavia 1943. Fuga impossibile dall’orrore nazista” è stato pubblicato in italiano nel 2013, ma mi pare che non sia stato recensito su HaKeillah e che comunque sia giusto richiamarlo alla memoria perché è un’opera unica nel suo genere e può avere oggi un significato particolare.

Nelle prime pagine lo stesso autore spiega come l’iniziale interesse suscitato dalla fotografia del bambino con le mani alzate sia diventato per lui una vera ossessione che lo ha accompagnato per l’intera durata della ricerca.

Il racconto si fonda su tre fonti: a) le periodiche relazioni sulla distruzione del Ghetto di Varsavia, accompagnate da decine di fotografie, spedito a Berlino dal generale Stroop delle SS incaricato della operazione; b) le numerose informazioni raccolte personalmente dallo stesso Porat; c) la documentazione presente in grandi istituzioni quali lo Yad Vashem e l’Istituto polacco della memoria.

È su queste basi che vengono ricostruite le storie di tre dei principali responsabili della distruzione del Ghetto e dell’uccisione di decine di migliaia di ebrei, uomini donne e bambini: oltre al generale Stroop, anche Konrad altro ufficiale delle SS e Blὃsche un subalterno delle SS, quello che compare con l’arma spianata nella fotografia del bambino nota ormai in tutto il mondo. Contemporaneamente, Porat racconta le drammatiche vicende della giovane sionista Rivkah e dei membri della famiglia Nussbaum, in particolare di Tzvi, durante e dopo l’insurrezione dei giovani del Ghetto.

Tzvi Nussbaum ha un ruolo importante nella parte finale del libro, perché viene riconosciuto da molti proprio come il bambino della fotografia. Ma vi sono altri che rifiutano questa conclusione e lo stesso Porat sembra lasciare il dubbio al lettore.
Quando il libro mi capitò tra le mani e lo sfogliai, avevo casualmente aperta davanti a me la pagina di un quotidiano su cui risaltava la fotografia di una bambina americana del Minnesota arrestata dai militari dell’Ice, disorientata e spaventata. Nonostante la profonda e tragica differenza fra le circostanze cui fanno riferimento le due immagini, rimasi colpito dal fatto che in entrambi i casi si trattava di bambini … bambini!

Non intendo in alcun modo fare confronti con situazioni attuali che sarebbero del tutto fuori luogo, ma voglio sottolineare sommessamente che, come sempre nelle guerre ed in tutti i confronti fra esseri umani, sono proprio i bambini a soffrire per primi e più di tutti.

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