Intervista a cura di
Moriah Kleinerman-Steingart e Guglielmo Briatore
Clean Shelter è un’organizzazione caritatevole registrata in Germania che opera dal gennaio 2024, con l’obiettivo di rispondere alla grave crisi umanitaria a Gaza. Secondo l’ultimo rapporto dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA), aggiornato all’8 aprile 2026, l’81% di tutte le strutture nella Striscia di Gaza è stato distrutto o danneggiato, e l’89% delle risorse del settore WASH (Acqua, Sanità e Igiene) è andato distrutto o danneggiato. Con una popolazione stimata di 2,1 milioni di persone, tra cui 1,1 milioni di bambini, il bisogno di assistenza è immenso.
Clean Shelter è stata fondata ed è diretta da Seba Abudaqa, palestinese di Gaza, e Tom Kellner, israeliana – entrambe residenti a Berlino. Le operazioni sul campo sono gestite da un team locale dedicato, guidato da un loro collaboratore, Hala Abu Assi.
Potete parlarci di cosa ha portato al vostro legame, che potrebbe essere considerato insolito?
Seba: Ci siamo incontrati in un gruppo di dialogo online tra Israeliani e Palestinesi che vivono all’estero. L’iniziativa era stata organizzata dalla comunità israeliana ebraico-araba Neve Shalom – Wahat al-Salam e il primo incontro era previsto per l’8 ottobre 2023. C’era qualche esitazione sul procedere o meno, ma alla fine l’incontro ha avuto luogo e abbiamo continuato a vederci ogni due settimane. Mentre molti partecipanti parlavano di promuovere il dialogo e la pace tra i due popoli, ciò che mi preoccupava di più era la situazione della popolazione a Gaza: dove e in quali condizioni avrebbero vissuto coloro che avevano perso la casa o erano stati sfollati e come avremmo potuto aiutare ad alleviare le loro sofferenze.
Tom: Dopo alcuni incontri, ho contattato privatamente Seba e le ho suggerito di fare qualcosa insieme. Seba ha contattato i suoi familiari rimasti nella Striscia di Gaza per capire i bisogni e da dove avremmo dovuto iniziare; le prime richieste emerse riguardavano i servizi igienici. Abbiamo iniziato a raccogliere fondi e, con l’aiuto dei contatti di Seba a Gaza, abbiamo istituito un team professionale sul campo e iniziato a costruire strutture igienico-sanitarie. Abbiamo ricevuto così tante donazioni che abbiamo dovuto registrarci come ONG e per questo abbiamo dovuto definire la nostra missione, visione e obiettivi.
Raccontateci il vostro lavoro in questi ultimi due anni. Come si è evoluta Clean Shelter da quando avete iniziato nel 2024?
Tom: Abbiamo iniziato nel gennaio 2024 ed entro la fine di febbraio, con il nostro primo progetto siamo riusciti a realizzare 31 unità di bagni e docce a Rafah. A marzo, ci siamo spostati ad Al-Mawasi per aiutare a fondare il campo Mesk e Layan per gli sfollati interni (IDP). Quel sito ha fornito riparo a circa 700-1.000 famiglie. In quel periodo, eravamo concentrati principalmente sui bisogni primari: distribuzione di tende, coperte, latte artificiale e kit igienici.
Seba: In aprile, abbiamo partecipato alla creazione del campo per sfollati Zomi Shelter Centre. Lo abbiamo chiamato così in onore di Lalzawmi (Zomi) Frankcom, un’operatrice umanitaria di World Central Kitchen che è stata mia responsabile e amica; è stata uccisa a Gaza dall’esercito israeliano il 1° aprile. Lì abbiamo allestito 100 tende e costruito 16 strutture igienico-sanitarie. Con il passare dei mesi, ci siamo resi conto che la carenza più critica era l’acqua. Tra maggio e ottobre, abbiamo fornito 1.600 metri cubi d’acqua alle famiglie nel sud e nel centro di Gaza. A settembre, avevamo già la nostra prima unità di desalinizzazione operativa nel campo Zomi, in grado di fornire acqua ogni giorno a 250 famiglie.
Tom: Verso la fine del 2024, le necessità sono cambiate di nuovo per far fronte a condizioni meteo avverse. Abbiamo riparato 13 scuole a Khan Younis in modo che potessero essere utilizzate come rifugi più caldi e sicuri o come spazi di apprendimento. Ci siamo concentrati anche sull’igiene – distribuendo kit con shampoo anti-pidocchi e pettini – e nel gennaio 2025 abbiamo consegnato 4.000 giacche invernali e 1.000 coperte. .
Seba: Nel 2025, la nostra capacità di intervento è aumentata significativamente. Abbiamo raggiunto circa 30.000 famiglie sfollate, ovvero circa 165.000 persone. Abbiamo dovuto lavorare in condizioni difficilissime, tra carenza di carburante e ripetuti sfollamenti. Abbiamo dato priorità al supporto per i nuclei familiari guidati da donne e alle famiglie con membri anziani o disabili, poiché sono quelle che affrontano i maggiori ostacoli nell’accesso agli aiuti. Abbiamo riaperto il campo Zomi e fondato il campo Mariam, entrambi focalizzati su queste famiglie vulnerabili. Con i nostri due sistemi di desalinizzazione operativi e 14 siti di distribuzione d’acqua ad Al-Buraq e nell’area dell’Università Al-Aqsa, abbiamo fornito acqua potabile pulita a 60.000 sfollati ogni giorno – e continueremo a farlo nel 2026.
Tom: Inoltre, nel 2025, i nostri progetti per la fornitura di acqua potabile si sono evoluti, realizzando infrastrutture apposite. Invece di trasportare l’acqua solo con i camion, abbiamo collegato il campo Hind Rajab a un sistema municipale e, tra marzo e maggio 2025, a Khan Younis abbiamo installato estensioni temporanee della rete che hanno dato a 120.000 persone l’accesso all’acqua corrente . Tutti questi interventi mirano a ridurre la distanza e il tempo che le persone – per lo più donne e bambini – impiegano per procurarsi dell’acqua.
Seba: Stiamo ancora gestendo i campi di protezione Zomi e Mariam ad Al-Mawasi per 230 famiglie vulnerabili. Abbiamo anche iniziato a spostare le famiglie dalle tende alle abitazioni in muratura, ristrutturando case danneggiate dalla guerra. Ad oggi 150 famiglie sono potute tornare in queste abitazioni e per il 2026 l’obiettivo è estendere il progetto a 300 altre case, al fine di offrire una maggiore protezione e privacy rispetto alle strutture temporanee del campo profughi
Come potete garantire che i fondi donati non finiscano nelle mani delle milizie?
Seba: Questa è una domanda estremamente importante. La sicurezza è la nostra massima priorità: sia la sicurezza del nostro team a Gaza che quella dei residenti che vivono nei campi che abbiamo istituito. Ogni individuo che lavora con noi o risiede nei nostri campi è sottoposto a un attento screening, viene impiegato inoltre personale per salvaguardare la sicurezza nei campi. Non è consentito l’ingresso a individui armati e certamente nessuno di essi è coinvolto nei nostri progetti. La nostra responsabilità è sia verso le comunità che serviamo, sia verso i nostri donatori.
Immaginiamo sia molto difficile trasferire denaro a Gaza. Come riuscite a farlo?
Tom: È davvero una grande sfida a causa delle molte restrizioni attualmente in vigore. Poiché acquistiamo quasi tutti i nostri materiali e servizi localmente all’interno di Gaza, lavoriamo direttamente con fornitori e appaltatori locali. Fino al 2026, la maggior parte dei nostri trasferimenti è stata instradata attraverso il Regno Unito, dove il quadro normativo consente questi specifici tipi di transazioni umanitarie.
Attualmente, un modo pratico in cui gestiamo la cosa è lavorando con fornitori che mantengono conti aziendali fuori da Gaza, il che semplifica il processo. È anche importante menzionare che siamo un’organizzazione caritatevole registrata in Germania. Siamo pienamente controllati dalle autorità fiscali tedesche, il che garantisce che ogni trasferimento soddisfi rigorosi standard legali e di trasparenza.
Quale percentuale delle donazioni viene effettivamente investita a Gaza e come è possibile verificarlo?
Tom: Nel 2025, il 93,6% di tutte le donazioni e i finanziamenti è stato trasferito direttamente a Gaza per i nostri programmi e il team locale. Crediamo che la trasparenza sia l’unico modo per costruire una fiducia duratura; perciò, pubblichiamo i nostri bilanci completi nei rapporti annuali.
Seba: Se un donatore vuole verificare il proprio contributo, manteniamo anche un registro anonimo delle donazioni private. Questo permette a ogni donatore di seguire la nostra raccolta fondi e di vedere quando sono stati effettuati i trasferimenti a Gaza e per quale scopo. Oltre ai numeri, condividiamo la realtà del nostro lavoro attraverso video settimanali e aggiornamenti sui social media, oltre a una newsletter bimestrale che fornisce uno sguardo più dettagliato sulle nostre operazioni.
Quali sono i vostri piani per il 2026?
Seba: Il nostro obiettivo per il 2026 è passare dal soccorso temporaneo al ripristino di un senso di stabilità e dignità per i nostri beneficiari. Una delle nostre priorità principali è l’espansione del programma di riparazione delle case; puntiamo alla ristrutturazione di case parzialmente danneggiate per centinaia di famiglie – riparando muri, tetti e porte, bagni e cucine, affinché le persone possano lasciare le tende e tornare nei propri spazi.
Tom: Stiamo anche potenziando le infrastrutture critiche. Questo significa non solo fornire punti di accesso all’acqua, ma affrontare la gestione delle acque reflue. Stiamo lavorando a soluzioni adeguate localmente per le fosse settiche, per prevenire inondazioni e inquinamento nelle aree di sfollamento particolarmente affollate. In tutto questo, continueremo a dare priorità ai nuclei familiari guidati da donne e alle famiglie con membri anziani o disabili. Il nostro obiettivo è garantire che, oltre a soddisfare i bisogni immediati come l’acqua e la sicurezza, si costruiscano anche infrastrutture che supportino queste comunità a lungo termine.
Se qualcuno leggendo questo articolo volesse aiutare, come può farlo?
Seba: La Striscia di Gaza è terribilmente devastata e la maggior parte dei suoi residenti è sfollata. Le carenze colpiscono ogni aspetto della vita quotidiana. È importante ricordare che questa situazione dura ormai da due anni e mezzo. Gli sforzi di ricostruzione e ripresa promessi non si sono ancora concretizzati e il movimento delle merci rimane severamente limitato. Per questo motivo, facciamo affidamento principalmente sui materiali disponibili all’interno di Gaza, che riutilizziamo e rimettiamo a nuovo.
I bisogni sul campo sono enormi. Più risorse avremo, più persone comprenderanno la realtà attuale a Gaza e la nostra storia, più saremo in grado di aiutare le persone sfollate. Ricostruire Gaza richiederà decenni di sforzi su larga scala, ma fino ad allora, le persone devono poter continuare a vivere e, speriamo, a vivere con dignità.
Oltre alle donazioni personali, che sono sempre benvenute, incoraggiamo le persone a condividere la nostra storia il più ampiamente possibile e diventare parte della nostra comunità di sostenitori. Invitiamo inoltre chiunque a contattarci via e-mail per domande o suggerimenti.
Per maggiori informazioni sull’organizzazione: https://www.cleanshelter-italia.org/

Seba e Tom, foto di Patrick Gutenberg





