di Alessandro Treves

“Beh, è un campo della scienza pieno di ebrei” rimugino in aereo, diretto ad un incontro sull’evoluzione del linguaggio, a Plovdiv, “chissà se ci partecipa anche qualcuno dei locali, sempre che ci siano ancora intellettuali sefarditi che ci vivono”. È il primo convegno di linguistica in cui mi capita di parlare e la prima volta che vado in Bulgaria; e con in mano Keyla la Rossa di Singer guardo le nuvole dal finestrino, mentre sfilacciate come le nuvole si confondono nella mia ignoranza figure come quelle di Elias Canetti e di Solomon Marcus, uno dei padri della linguistica matematica e computazionale, uno che spaziava dalla poesia all’informatica alla filosofia, e però era rumeno e probabilmente aschenazita, oltre che defunto dieci anni fa. Improbabile che intervenga al convegno.

Due giorni dopo, l’incontro si è già rivelato scientificamente piuttosto deludente, anche se piacevolmente eterogeneo: si succedono uno studio sugli scambi fra il basco e le lingue indo-europee ad esso vicine, diversi giovani che passano gli anni del dottorato in Africa ad osservare espressioni facciali e gestualità di scimpanzé e bonobo, una precisa e noiosissima disamina della progressiva scomparsa del latino dai volumi pubblicati in Europa dal Cinquecento ad ora. Non ricavo granché dalla lezione in sessione plenaria di Gary, un giovane professore americano rampante, che sembra essere stato al centro di questa comunità scientifica fin da quando era studente; mi incuriosisce però che nel presentarlo, sia stata citata e ringraziata sua madre, presente in sala: da quando in qua un invited speaker si presenta accompagnato dalla mamma? In un partecipante attempato, invece, mi sembra di riconoscere le fattezze rotonde di Solomon Marcus, di cui ho visto fotografie. Ma certo non è lui. Mi dicono infatti che si chiama David, e che è inglese.

Plovdiv, l’antica Filippopoli, in compenso è affascinante, ricca di pietre e monumenti che sbucano in ogni angolo del centro città e da ogni epoca, soprattutto romana e ottomana. Nel suo calderone plurimillenario ha saputo mescolare e insaporire i Celti e i Traci originari con i successivi influssi macedoni, bizantini, slavi, bulgari, turchi, valacchi, rom, armeni e – non ultimi – ebraici. Sulle mappe è indicata la sinagoga, che dovrebbe essere ancora in funzione. Andandoci, senza molte speranze visto che è l’ultimo giorno di Pesach, mi imbatto in un piccolo memoriale ai bulgari che si sono prodigati per salvare gli ebrei il 10 marzo 1943. Era la data in cui era programmata la loro deportazione, che fu sospesa e poi annullata, salvando così 50.000 persone (vennero però deportati a Treblinka 11,000 ebrei prelevati dai territori recentemente occupati dalla Bulgaria, che era alleata dell’Asse). Il tempio invece lo vedo a distanza, al centro di un cortile, ma non scorgo segni di vita. Ci torno il giorno dopo, di venerdì mattina, in rete c’è scritto che apre per le visite alle 10; ma sembra chiuso da tempo, e non c’è nessuno cui chiedere. Due annunci in cirillico con Maghen David, di cui uno un po’ bruciacchiato, risultano essere obituari di membri della comunità morti mesi addietro.

Alla cena sociale vedo David, l’anziano inglese, a un tavolo da solo e d’istinto tribale mi ci siedo anche io. Infatti, risulta essere israeliano, nato in Inghilterra perché il padre negli anni Cinquanta era stato mandato lì come shaliach. Continuiamo in ebraico. Ha lasciato Israele, mi dice, quasi agli inizi della sua traiettoria accademica, per andare a Singapore, e scapparne dopo solo tre anni insofferente del controllo oppressivo delle autorità. E poi Malesia, Germania, Indonesia, Regno Unito, come ricercatore errante, esperto di lingue della Papua-Nuova Guinea. Scopriamo di avere alcune conoscenze comuni, anche se non, purtroppo, quelle che davvero gli invidio: le sue amicizie a Papua, dove svolge le sue ricerche sulla diversa complessità delle svariate centinaia di lingue locali. Mi racconta di come lavora sul campo, sfruttando la sua rete di contatti per spostarsi da un gruppo all’altro e di villaggio in villaggio. Gli chiedo se si senta mai in pericolo. “A Napoli”, mi risponde, “non in Papuasia, ma a Napoli. Quando ci sono stato, ultimamente, mi sentivo veramente a disagio. Nelle strade vicino all’Istituto Orientale, temevo di essere identificato come israeliano. A Papua, invece, quelli che sanno cos’è in genere parteggiano per Israele, anche troppo”.

L’ultimo giorno c’è una visita a un monastero ortodosso, che propone bellissimi affreschi sul soffitto del refettorio e, in vendita, un gran numero di meno interessanti icone. Alcune convegniste cercano quelle di specifici santi. Sento uno degli organizzatori che fa conversazione con la signora bionda che avevo identificato come la madre di Gary, il giovane professore americano. Il lieve accento della signora non è però quello americano che mi aspettavo. Mi aggiungo alla conversazione e l’organizzatore ne approfitta per allontanarsi con garbo. Dopo un inizio un po’ stentato, riesco a rompere il ghiaccio raccontando dei due tentativi falliti di visita al tempio. L’accento si chiarisce essere yiddish, e la signora mi racconta della sua famiglia in Bielorussia, cioè Unione Sovietica. Ne sono usciti, con Gary che aveva già quasi 10 anni, solo nel 1989, e hanno dovuto aspettare parecchio prima di poter arrivare negli USA. Mi dice di Vienna, di Roma e dei mesi passati a Ladispoli, dove sembrava che si accatastassero sempre nuovi fuoriusciti e che nessuno ottenesse il visto per proseguire. Mi chiedo se anche loro si erano portati icone da vendere, come quelle del monastero. “E’ un’esperienza, quella di essere migranti, che rimane con te per tutta la vita. Si imprime dentro e non ti lascia più”, dice la madre di Gary.

Sul volo per l’Italia ritorno a Keyla la Rossa e ai ladri, alle prostitute, ai figli di rabbini che si agitano per via Krochmalna, allora brulicante di vita ebraica. Non più. Neanche le vie del mondo.

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