di Colette Menasce
Il termine antisemitismo fu coniato nel 1878 dall’attivista Wilhelm Marr per dare all’ “odio per gli ebrei” una definizione più scientifica, un inquadramento razzista. È divenuto popolare in Germania fra il 1879 e il 1880 per indicare le campagne antiebraiche di quel periodo, ma come sappiamo tutti, l’antisemitismo non è iniziato nell’età moderna. Sono passati 80 anni dalla fine della Shoah che diciamo “mai più”, eppure vi sono così tanti segnali che il fascismo sta risorgendo nel mondo e l’autoritarismo sta aumentando potere e popolarità che iniziamo ad essere preoccupati e a domandarci “Potrebbe capitare di nuovo?” e “Cosa possiamo fare per prevenire?”
Sono cresciuta in Canada in una città di circa 250.000 abitanti. Fu edificata soprattutto da popolazioni di tradizione anglosassone, compresa una piccola comunità ebraica di circa 200 famiglie con due sinagoghe, una ortodossa e l’altra conservative. Quasi tutti erano ashkenaziti; noi eravamo i soli ebrei italiani. Mio fratello ed io abbiamo frequentato la sinagoga soprattutto per prepararci alla maggiorità religiosa, ma mio padre pagava la quota associativa senza sentirsi in dovere di partecipare; rifiutare in toto la religione non è cosa insolita per chi ha perso i propri familiari nei campi (i miei nonni, residenti a Rodi, furono deportati e uccisi ad Auschwitz). Crescendo non ho mai avuto un confronto diretto con l’antisemitismo, ma vi riporto più avanti cosa è capitato decenni dopo a mia figlia. Mentre ragioniamo circa le possibilità che la Shoah possa ripetersi ancora, cerco di aggiornarvi circa l’impatto che la crescita dell’antisemitismo in Canada ha avuto su di me e la mia famiglia a seguito degli orribili eventi del 7 ottobre. Sono una canadese che ora vive a Montreal, tuttora non frequento la sinagoga, e siamo tuttora in una comunità largamente ashkenazita. Quella sefardita è molto più piccola, soprattutto di lingua francofona, che proviene dal nord Africa e M.O.
La mia storia familiare: mio padre fu uno di quattro figli nati nell’isola di Rodi, allora parte del Regno d’Italia, in una famiglia ebraica, subito dopo la fine della Grande Guerra. Crebbe nella Juderia all’interno della Città Vecchia, dove greci, turchi, italiani ed ebrei sefarditi vivevano in armonia. La comunità ebraica rodiota non era particolarmente religiosa ma profondamente radicata nelle tradizioni. Mio nonno era il farmacista della città, sicché i suoi amici erano medici e chirurghi. Fu con le leggi razziste che quella armonia venne rotta impedendo a mio padre e ai suoi fratelli di proseguire gli studi. Il nonno fece in modo che potessero ad ogni modo studiare, inviandone uno in Congo e tre negli Stati Uniti, appena prima che scoppiasse la Seconda Guerra Mondiale e prima delle deportazioni dall’Italia. I miei nonni rimasero sull’isola a supportare la popolazione rodiota come farmacisti e quella scelta ebbe la tragica conseguenza della loro deportazione e uccisione ad Aushwitz-Birkenau. Mio padre lavorò duramente per pagare la retta del Community College. Nella sua vita nulla gli è stato regalato e, a mia volta, non mi sono mai aspettata che le cose mi venissero servite su un piatto di argento.
Mia madre è nata a Roma ai primi del 1920 in una famiglia ebraica, che, come quella paterna, non era particolarmente religiosa. Avevano amici che condividevano i medesimi ideali laici e la profonda attenzione a temi culturali. Mio nonno era laureato in legge ed era un dirigente in una industria cartaria. Fu nominato Commendatore e Cavaliere di Gran Croce dal Re Vittorio Emanuele III, prima delle leggi razziste. In virtù dei suoi contatti professionali e personali ben prima dell’entrata in guerra, realizzò l’enorme gravità di quanto stava accadendo. Prese la difficile decisione di lasciare l’azienda e di imbarcarsi con tutta la famiglia in una fra le ultime navi in partenza verso l’Argentina. Dopo alcuni mesi, riuscì ad ottenere il visto per migrare negli USA, dove i miei genitori si conobbero alla fine degli anni ’50. Mia madre fu facilitata rispetto a mio padre, poiché l’intera famiglia era migrata assieme; mio nonno riuscì a mantenere un tenore di vita borghese: fu comunque una piacevole notizia in famiglia l’ottenimento di una borsa di studio integrale per mia madre in un università della Ivy League.
Entrambi i miei genitori hanno studiato sodo e sono divenuti professionisti esperti; mia madre potrebbe essere considerata una pioniera, essendosi laureata con lode in architettura, nel 1945. Devo dire che aveva una mente acuta senza alcuna ombra di arroganza nel comportamento. Parlava sottovoce, ma era anche capace di dire la sua chiaramente quando fosse necessario. Sicché, quando nel 1980 stavo completando i miei studi di avvio alla università e decisi di divenire un pilota d’aviazione, non ho mai pensato che questo sarebbe stato qualcosa di insolito; se anche lo fosse stato, che importanza aveva? Non ho mai immaginato di essere una pilota ebrea, nemmeno un pilota donna, semplicemente una pilota: forse per questo non ho mai sentito più che tanto una presenza d’antisemitismo attorno a me. Ho incontrato il mio futuro marito nella scuola di aviazione: un giovane uomo di origine greca ortodossa che manteneva alti valori familiari tradizionali, ma come noi senza abbracciare le regole religiose. Sposandoci, decidemmo che le nostre due figlie avrebbero frequentato scuole private laiche.
Il Sistema scolastico pubblico del Quebec ha due indirizzi: uno francofono (un tempo noto come sistema scolastico cattolico) e anglofono (un tempo noto come sistema scolastico protestante). Sebbene i due sistemi si dichiarino laici, persistono elementi di educazione religiosa in ciascuno. Le scuole private frequentate dalle nostre figlie non hanno matrici né cattoliche né protestanti, ma prevedono una lezione di religione una volta la settimana. Ma c’è la possibilità di esonerare da essa, in favore di una lezione di etica, dove solo pochi studenti partecipano (allievi musulmani e le nostre figlie).
Montreal ha una vivace comunità ebraica con più di 40 sinagoghe, ma sono quasi tutte ortodosse e noi abbiamo optato per crescere le ragazze secondo la tradizione ebraica, trasmettendo loro le usanze delle varie festività che osservavamo, pur partecipando anche alle festività cristiane con la famiglia di mio marito. Poiché siamo entrambi piloti, è stato logico abitare nei sobborghi vicini all’aeroporto per ridurre i tempi del pendolarismo; pochissime famiglie ebraiche vivono vicino a noi, salvo l’insegnate di piano delle figlie.
Ora che vi ho tratteggiato come sia la nostra vita a Montreal, vi riporto l’unica volta che ci siamo direttamente imbattuti in una situazione di antisemitismo. La nostra figlia primogenita, di appena sette anni, a scuola si alzò per andare alla lezione di etica, mentre gli altri compagni di classe dovevano rimanere per quella di religione. Un compagno le ha domandato: “perché non segui la lezione di religione?” e lei gli ha risposto “perché sono ebrea”. Il bambino la guardò e esclamò “Sei ebrea? Io ODIO gli ebrei!”. Per fortuna, quando tornò a casa quel giorno, ci raccontò cosa fosse successo, piuttosto che tenerselo per sé. Le spiegai con tranquillità che un bambino di sette anni non può sapere ancora come odiare e nemmeno cosa odiare o da dove derivi; egli ripeteva qualcosa che aveva sentito dagli adulti attorno a lui. Non aveva senso affrontare i suoi genitori, vista la natura del problema, ma lei avrebbe dovuto dimostrare loro che si sbagliavano: doveva stringere amicizia con questo ragazzo, in modo che capisse che quell’odio non aveva alcun fondamento, ed è esattamente quello che ha fatto.
Come genitori dobbiamo riflettere sugli errori che abbiamo commesso o su quelli che i nostri figli ci rimproverano di aver commesso, ma ci sono momenti in cui occorre essere orgogliosi di aver indirizzato loro nella giusta direzione; quel momento è venuto dieci anni dopo quando menzionò il nome del compagno per essere divenuto uno fra i suoi buoni amici.
Parliamo ora dell’oggi: non passa un giorno senza che si verifichi un incidente in qualche città canadese che venga classificato come un crimine d’odio legato al conflitto in corso in Medio Oriente tale da finire sui giornali. Nel 2024 si sono raggiunti più di seimila incidenti, superando il totale combinato di quelli della Gran Bretagna e di New York city messi assieme, e stiamo attendendo i dati del 2025, che non sono ancora stati ufficialmente pubblicati. Di recente a Montreal una donna esaltava la soluzione finale mentre faceva il saluto nazista. È stata aperta un’inchiesta su di lei ma le accuse sono state ritirate perché ha partecipato a un ‘Programma di misure alternative generali’ senza dichiararsi colpevole. Il Centre for Jewish Affairs ha definito la decisione inaccettabile ed oltraggiosa. Il governo canadese, riconoscendo il rischio dell’antisemitismo, ha recentamente stanziato dieci milioni di dollari per migliorare la sicurezza: non per provvedere ad essa ma per fornire sostegni alle sinagoghe per proteggersi. Le indicazioni sono di non promuovere pubblicamente gli eventi, prevedere per essi l’obbligo di registrarsi in anticipo, chiudere le porte quando l’evento inizia, ecc. Il Canadian Advisory Council on Rights, Equality, and Inclusion riconosce che, dato il crescente numero di episodi di sparatorie nelle sinagoghe, un evento più grave come la sparatoria di Bondi Beach in Australia potrebbe verificarsi ed è motivo di crescente preoccupazione.
Non essendo membri attivi della comunità, la nostra esposizione al rischio antisemitismo è in qualche modo minore, ma ciò non significa che noi si sia totalmente protetti da esso. Entrambe le nostre figlie hanno completato i loro studi nei campus universitari qui a Montreal prima che divenissero terreno della propaganda filopalestinese, sicché noi siamo abbastanza all’oscuro di ciò che si sente e viene detto oggi. Andiamo sovente a vedere drammaturgie al Performing Arts Theatre che è collocato assieme ad una scuola ebraica diurna. Dall’attacco del 7 ottobre c’è un servizio di sicurezza privato che ispeziona ogni veicolo per il rischio di possibili esplosivi. Di recente è stato cancellato un evento sulla Shoah per motivi di sicurezza; dopo le proteste di un sopravvissuto alla Shoah, l‘evento verrà riprogrammato con un numero limitato di partecipanti. Una fra le commedie che avevamo prenotato è stata cancellata, ‘Playing Shylock’, poiché potrebbe esacerbare il già presente sentimento antisemita. Sebbene questi piccoli esempi che ci hanno coinvolto non siano così seri, sono tutte queste piccole azioni che possono contribuire un poco alla volta alla banalizzazione dell’odio.
Vivere nel Quebec significa vivere in una provincia dove la maggioranza dei cittadini francofoni promuove leggi per proteggere il francese dalla sparizione, anche se ciò significa che i diritti delle minoranze non lo sono. Si potrebbe argomentare che questo sia una forma di antisemitismo, islamofobia, ed in generale promozione dell’intolleranza, … ed in effetti è vero! Incredibilmente, nel 2019 il governo del Quebec ha approvato una legge nel 2019 che proibisce il diritto di indossare la kippah, l’hijab o qualsiasi altro simbolo religioso se si lavora nel settore pubblico. La legge è stata appena estesa (aprile 2026) alla preghiera in pubblico. Il governo ha protetto la legge da eventuali contestazioni invocando una ‘clausola derogatoria’ che, per l’ordinamento canadese, impedisce ai tribunali di invalidarla. Oltre alle implicazioni religiose, il governo sta smantellando il sistema scolastico affinché si restringa la politica di dialogo in una sorta di monologo: la scuola della minoranza anglofona non avrà più voce in capitolo circa il futuro stesso della loro missione. Il Consiglio scolastico anglofono di Montreal non ha potuto impugnare la decisione presso i tribunali del Quebec, ma ora il caso è al vaglio della Corte Suprema del Canada a causa delle ripercussioni non solo sulle minoranze linguistiche o religiose all’interno del Quebec, ma anche sui diritti delle minoranze in tutto il Canada. Un gruppo di avvocati, in rappresentanza degli ebrei, ha impugnato per la violazione dei diritti fondamentali di libertà che tale legge rappresenta e la ‘clausola derogatoria’ viola la Costituzione (suona simile a quanto il Presidente USA fa a sud del nostro confine? …si comporta come se la Costituzione degli Stati Uniti non esistesse nemmeno, nonostante abbia giurato sulla Bibbia di difenderla?)
In generale, si assiste a una perdita di rispetto per chi ricopre posizioni di autorità, ma chi può biasimare le giovani generazioni quando chi detiene il potere si comporta in modo così scorretto? La retorica si è talmente intrisa di odio che ogni giorno è peggio del precedente. Tutto questo odio che ci circonda mi ha fatto riflettere su come la nostra famiglia ne sia stata colpita e su come sia diventata la nostra routine quotidiana. La crescente negatività e insicurezza che caratterizza le nostre vite è sconcertante. Quante volte al giorno qualcuno compie un atto di gentilezza nei nostri confronti? Quante volte al giorno noi compiamo un atto spontaneo di gentilezza? Non possiamo controllare le decisioni prese da leader irrazionali ma possiamo esprimere il nostro dissenso. Possiamo anche controllare le nostre azioni e, attraverso la gentilezza, possiamo combattere la banalizzazione dell’odio. Come si combatte l’intolleranza? Forse con l’esempio di mia figlia che ha fatto amicizia con quel suo compagno di classe e, naturalmente, attraverso l’istruzione.
Sarò per sempre grata ai miei nonni che compresero il valore dell’istruzione e salvarono le nostre famiglie dalle camere a gas, e ai miei genitori che mi hanno trasmesso i valori del duro lavoro, dell’apprendimento continuo e dell’amore incondizionato.
Montreal, Aprile 2026





