di Ruth Garribba

Da quanto tempo prosegue la guerra? Su quanti fronti è impegnato l’esercito israeliano negli ultimi mesi? Qual è il fronte cruciale, che farà la differenza per il futuro del paese?
Anche per chi segue il conflitto, o ne è coinvolto personalmente – come gli stessi israeliani – non è facile rispondere a queste domande. Siamo nella stessa guerra dal 7 ottobre 2023 oppure la fase di Gaza è finita dopo la liberazione degli ostaggi? Questa di marzo-aprile 2026 è la quarta guerra con il Libano, o la terza?

Nel vortice degli eventi, della preoccupazione e del dolore, nell’estasi della guerra e della tecnologia, i messaggi che ci promettono l’ennesima vittoria definitiva e l’entusiasmo per un ulteriore avanzamento dell’esercito (una volta di difesa) israeliano, stiamo perdendo l’orientamento e la bussola sembra impazzita. Questo disorientamento sembra proprio preso dal manuale della dottrina dello shock di Naomi Klein, e quando si riesce a diradare la nebbia si vede uno stato sempre meno presente per sostenere le enormi spese sociali, che lascia deragliare la pubblica istruzione e il sistema sanitario (soprattutto nel campo psichiatrico) e continua imperterrito con le riforme in direzione di un regime autoritario.

In questo clima caotico, per mesi e mesi l’opinione pubblica ha smesso di interessarsi di quello che avviene nei Territori Occupati e a Gaza. Incredibile a dirsi, i palestinesi sono tornati ad essere invisibili e irrilevanti per gli israeliani. La cosa è stata immediatamente percepita dal movimento dei coloni, che con l’appoggio del governo e dell’esercito, ne approfittano per cacciare piccole comunità di palestinesi che vivono nella Valle del Giordano e nella zona a sud di Hebron e a rendere la vita impossibile in molte altre zone. In queste piccole comunità sono vissute per generazioni famiglie molto umili che a ritmo sempre più elevato sono costrette a lasciare le loro terre e a spostarsi ai margini delle città palestinesi. A questo punto, le strutture burocratiche statali considerano le loro terre come abbandonate o vuote e le concedono ai coloni che costruiscono immediatamente un avamposto illegale, che in seguito viene riconosciuto dal governo come legale.

Nelle ultime settimane, la violenza dei coloni è diventata talmente esplicita e ordinaria (otto palestinesi assassinati da coloni in Cisgiordania dall’inizio nel 2026, 700 persone che hanno abbandonato i loro villaggi, oltre a case messe a fuoco, greggi uccisi, uliveti distrutti)  che figure politiche di centro hanno osato parlare di terrore ebraico, termine che fino a poche settimane fa era utilizzato solamente dalla sinistra.
Anche nel campo dei media più seguiti, c’è un crescente interesse e prese di posizioni che non si erano sentite prima. Per esempio, Roy Sharon, giornalista del canale pubblico Kan 11, nato e cresciuto in una colonia religiosa, è tra i pochi a cui nessun episodio sfugge: indaga, approfondisce, discute e sfida nei suoi resoconti quotidiani le istituzioni. Polemizza con la risposta pavloviana dell’IDF che descrive le escalation provocate da ebrei, in cui palestinesi vengono uccisi, come episodi di “attrito”. Anche uno dei più autorevoli giornalisti di guerra, Ron Ben Yishai (forse lo ricorderete nel capolavoro cinematografico di Ari Folman Valzer con Bashir) ha parlato esplicitamente di pulizia etnica bianca-azzurra, dopo essere stato con ex comandanti militari in visita nei villaggi palestinesi della valle del Giordano.

Il problema principale è che si tratta di terrorismo sostenuto dallo stato, che mette in pratica il piano politico esplicito del ministro Smotrich di annessione della Cisgiordania, e che usa i fucili, le munizioni e i quad forniti dall’esercito ai coloni, che in molti casi fanno i raid in divisa militare, mentre sono arruolati come riservisti o militari di leva. Se a ciò aggiungiamo la decisione del ministro della difesa Katz di un anno e mezzo fa di abolire la detenzione preventiva nei confronti di terroristi ebrei (mentre ci sono migliaia di palestinesi detenuti per mesi e anni senza processo perché le forze di sicurezza sospettano siano coinvolti nel terrorismo ma non hanno prove per portarli a giudizio) e l’indebolimento voluto dal governo della sezione dello Shin Bet che si occupa di terrore ebraico – è facile capire come questi atti terroristici vengano fatti senza nascondersi, e siano così brutalmente efficaci.
Come in altri casi, c’è una piccola e ben organizzata parte della società civile israeliana che cerca di opporsi alla violenza e sempre più volontari vanno a passare notti e giorni nei villaggi palestinesi isolati, per essere presenti in caso avvenga un attacco violento. Quando accade, di solito di sabato, cercano di parlare con gli aggressori, filmano con il telefonino gli avvenimenti e, a volte. sono essi stessi vittime di aggressioni violente. La presenza difensiva di questi coraggiosi volontari è un atto di solidarietà concreto, organizzato da organizzazioni come Breaking the silence, Combatants for Peace e Standing Together, che conoscono a fondo la società palestinese nei Territori, e sono presenti da decenni con tour, manifestazioni e attività. Una fetta più ampia dell’opinione pubblica fa sentire la propria voce di protesta contro il terrorismo ebraico con petizioni e manifestazioni nelle piazze.
Il terrorismo ha successo quando è appoggiato dalla popolazione circostante. Non c’è dubbio che molti dei coloni che vivono nelle grandi colonie in Cisgiordania e molti altri israeliani, fanno una vita borghese e tranquilla, sostengono ideologicamente e materialmente i “ragazzi delle colline”, che abitano negli avamposti illegali e da cui partono i raid. Un esempio di questo appoggio (indiretto ma esemplare) lo abbiamo avuto nei giorni di Pesach, quando migliaia di israeliani sono andati a passare un giorno di festa in una fonte d’acqua nella valle del Giordano, che fino a poche settimane prima era utilizzata dai palestinesi per l’agricoltura e l’abbeveraggio del bestiame. Adesso che i pastori palestinesi sono stati cacciati a forza di raid violenti, la fonte è “pulita” e in mano agli ebrei, che ci possono fare il bagno con la famiglia. Il termine pulizia etnica sembra più che appropriato.

Sul piano politico, non ci saranno cambiamenti fino alle elezioni di fine ottobre. Ultimamente il governo ha deciso in segreto la creazione di 34 nuovi insediamenti (ognuno di questi con pochissimi abitanti, ma adiacenti a villaggi palestinesi) . La decisione è stata presa il 1° aprile ed è rimasta riservata, presumibilmente per non irritare gli americani durante la guerra congiunta in Iran. Dopo il cessate il fuoco, è stata resa pubblica, senza suscitare reazioni di rilievo da parte dell’opposizione e solo il Capo di Stato Maggiore, che fa poco o niente per mettere fine al terrore ebraico, ha commentato che l’esercito è sull’orlo del collasso per le troppe mansioni.

Il governo di tutti-i-fronti-aperti agisce con frenesia messianica per infiammare la Cisgiordania e distruggere la possibilità di un accordo politico che garantisca sicurezza e pace giusta per entrambi i popoli. Non c’è dubbio che il fronte palestinese sia cruciale per l’avvenire di Israele come nazione e del futuro degli ebrei nel mondo. Più del Libano, molto più dell’Iran. È bene continuare a seguire ciò che accade al di là della linea verde.

Israele, 17 aprile 2026

Foto di Sidney Levy, di CJNV (Center for Jewish non violence)

image_pdfScarica il PDF