di Dalia Padoa
Traduttrice dall’ebraico di “Maqluba” di Sari Bashi

Quando abitavo a Gerusalemme agli inizi degli anni ’90 giravo spesso con il walkman, nelle orecchie il gruppo post-punk inglese The Smiths di cui mi risuona ancora il verso: If it’s not love / Then it’s the bomb / That will bring us together. Appena passata dal tranquillo nord-est padano alla rovente situazione mediorientale quella musica malinconica, ironica e dissacrante mi dava la sensazione di stare nel cuore del dramma e al tempo stesso esserne protetta, come da un talismano.

Era il periodo relativamente tranquillo degli accordi di Oslo. Un giorno una compagna di studi mi confessò di avere un’idiosincrasia per le persone con la mia stessa abitudine: “Girate con le cuffiette come degli alieni, sembra che cerchiate di non vedere questa realtà, di anestetizzarvi”. Aveva colpito nel segno. E non tanto perché non mi guardassi intorno o fossi poco informata sulla situazione politica. Piuttosto, c’erano cose che non riuscivo, o non volevo, vedere.

A Gerusalemme, le occasioni di incontro con i palestinesi non mancavano. Aziz, un ragazzo di Betlemme cui davo ripetizioni di latino, mi invitava insistentemente a eventi nella sua città. Shireen, che studiava all’ulpan con me, abitava a Gerusalemme est. Con Nisreen, attiva in un movimento per la creazione di una nuova leadership per la pace, facevamo lunghe passeggiate nella città vecchia mimetizzandoci da turiste – fatta eccezione per i suoi scatti d’ira ai commenti volgari di qualche ragazzo. Lei abitava in un villaggio proprio ai piedi dell’Università Ebraica di Har Hatzofim, venti minuti di tragitto – molto meno di quanto ci impiegassi io dal quartiere di Bakaa, nella parte ovest della città. Eppure a volte poteva metterci più di due ore a superare il checkpoint, o non ci riusciva proprio. Nisreen mi raccontava che c’erano momenti in cui pensava di andarsene in un altro Paese, perché era molto deprimente vivere le quotidiane vessazioni dell’esercito israeliano. All’università cercava di intavolare delle discussioni con i suoi coetanei, ma si incagliavano quasi sempre nel mancato riconoscimento reciproco. Frequentava un locale della gioventù alternativa, però aveva la sensazione di essere tenuta a distanza. Nonostante – o forse a causa – di tutto questo, sentiva che era suo compito di restare, per poter cambiare quella realtà.

Aziz, Shireen e Nisreen erano persone che stimavo e per cui provavo affetto, eppure avevo un blocco: non riuscivo mai a fidarmi completamente di loro. Pur non essendo nata e cresciuta nella difficile realtà israeliana, pur non sentendo una particolare appartenenza allo stato ebraico (mai sentita per nessuno stato), avevo facilmente incorporato la paura dell’ “altro”. Dentro di me c’era una vocina prudente che sussurrava: non sai quali sono le loro reali intenzioni, magari ti considerano loro nemica, e se non loro, qualcuno vicino a loro. Perché rischiare? Sarebbe sciocco e inutile, perché mettersi nei guai?

Mi dispiace non aver messo in dubbio con più forza quella mia convinzione di allora. Forse non ne ero abbastanza cosciente, oppure la promessa degli accordi di pace mi dava l’illusione che ci fosse tempo per conoscere e acquisire fiducia. Il precipitare degli eventi negli anni successivi, dall’assassinio di Rabin all’ondata di attentati kamikaze, mi fece invece perdere ogni speranza, almeno per quel che riguardava la mia presenza lì. Nel 1997 me ne andai il più lontano possibile, in Scozia. Con Nisreen continuammo a scriverci per un po’: mi raccontava della sensazione che tutto stesse precipitando, l’affiorare di pensieri cupi. Poi interruppe i contatti. Credo che oggi lavori come medico in Giordania.

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Mi piace considerare percorsi di vita di altre donne come strade parallele, possibilità di cui avrei potuto fare esperienza a mia volta. Così l’incontro con il memoir “Maqluba” di Sari Bashi è stato un modo per varcare insieme a lei sentieri che non avevo avuto il coraggio, o la sorte, di percorrere. Buffo a dirsi, Sari arriva in Israele proprio nel 1997, quasi immaginariamente per darmi il cambio. Inizialmente curiosa di conoscere il luogo in cui suo padre, originario di Bagdad, ha trascorso la propria giovinezza, decide poi di restare e intraprendere gli studi di legge. Come molte ebree della diaspora, Sari ha un legame affettivo con le persone, la lingua, il cibo, il paesaggio di questo luogo; allo stesso tempo vede con chiarezza il regime di oppressione che vige nei confronti dei vicini palestinesi, in particolare dopo la costruzione del muro di separazione. Dopo un periodo di lavoro presso la Corte Suprema, disillusa di poter cambiare il sistema dall’interno, fonda l’ong Ghishà, che difende la libertà di spostamento delle persone palestinesi fuori e dentro i territori occupati. Ed è così che incontra Osama. “Eravamo un’avvocata e un cliente. Lui era diverso da qualsiasi altro uomo, israeliano e palestinese, mai incontrato prima. Era tranquillo, gentile, intelligente, sensuale. […] Sapevamo entrambi che ciò che desideravamo ardentemente era vietato, non poteva accadere. Ma più ci sforzavamo di restare separati più trovavamo modi di stare assieme.” Osama è originario di Gaza e vive a Ramallah, dove è intrappolato a causa delle kafkiane leggi dell’occupazione. Da anni non può raggiungere il mare o andare a trovare la madre nel campo profughi di Jebalia. Quando era ragazzo ha trascorso un periodo nelle carceri israeliane per aver distribuito volantini; da allora, non può fare a mano di associare la lingua ebraica e in generale ciò che è israeliano a quell’esperienza traumatica. Eppure è attratto da Sari, dall’agilità del suo pensiero e dalla sua perseveranza, dal suo correre sempre in avanti.

Sari si sposta anche fisicamente, attraversando posti di blocco, nel tragitto tra Tel Aviv e Ramallah, sentendo il peso della sua condizione privilegiata e correndo anche dei rischi. La sua passione per la corsa su lunga distanza la spinge ad avventurarsi oltre i limiti, attraversando villaggi arabi e insediamenti di coloni, dialogando con le persone, non sapendo bene come collocarsi o definirsi di fronte a loro.

Dopo diverse crisi e periodi di separazione, Osama e Sari decidono di restare insieme. Pur consapevoli del fatto che il mondo non diventerà migliore da un giorno all’altro, iniziano il cambiamento dove gli è possibile: partendo da se stessi.

Maqluba è un libro a due voci, i cui capitoli permettono di aprire una finestra su due vite molto diverse e forse conoscerne qualcosa in più. In tempi di disumanizzazione ed empatia selettiva, offre la possibilità di identificarsi con entrambi, immaginando un orizzonte più luminoso. La cosa più bella è che si tratta di una storia vera: oggi Sari e Osama vivono nella West Bank con i loro figli di 8 e 11 anni, e da loro si parla in arabo, ebraico e inglese, si dividono piatti e posate secondo le regole della casherut, si festeggiano il Ramadan e Hanukà, si hanno parenti stretti nel New Jersey e a Gaza.

Scrive Sari nella postfazione all’edizione italiana del libro: “Sappiate che, nonostante la terribile violenza che travolge Israele-Palestina, ci sono persone buone e amorevoli che stanno lavorando per un futuro migliore.”

 If it’s not love / Then it’s the bomb / That will keep us together.


“Maqluba” di Sari Bashi, Voland, 2025, 368 pp., € 20

 

 

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