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di Michael Ryzhik

 

L’autore del testo, Michael Ryzhik, è filologo e linguista. Docente alla Bar-Ilan University, già direttore del Dipartimento di Lingua ebraica e di lingue semitiche, Ryzhik è tra i maggiori esperti di ebraico mishnico, giudeo-italiano e testi liturgici della tradizione ebraica italiana.

All’Archivio Terracini, insieme ad altri tesori, si trovano moltissimi spartiti di musica sinagogale ed ebraica religiosa in generale. Quelli databili sono ottocenteschi (per lo più dagli anni Quaranta ai Sessanta), ma conservano delle tradizioni molto più antiche.

Oltre al grande valore che questi spariti hanno per lo studio delle tradizioni liturgiche dal punto di vista musicale, essi possono essere utilissimi per un altro campo di ricerca, quello linguistico. Tutti gli spartiti, parallelamente all’annotazione musicale, contengono i testi delle preghiere. Questi testi sono scritti non in ebraico ma in trascrizione con lettere latine, e non documentano mai (almeno in casi che ho visto e controllato) la pronuncia ebraica normativa bensì quella tradizionale locale. Così, la preghiera ebraica principale ישראל שמע (Šema’ Israel, se resa con i segni dell’alfabeto fonetico internazionale), diventa Seman

Israel nei nostri spartiti,1 per l’assenza della consonante fricativa post alveolare sorda [Š] nel piemontese e per la famosa ‘ayin italiana nasale che era pronunciata [gn] o [n].

Simili spartiti si conservano nell’Archivio della Comunità ebraica di Roma, (ASCER), e il confronto tra i due archivi mostra in modo molto chiaro sia l’appartenenza allo stesso tipo italiano globale, sia forti differenze regionali. Ambedue le tradizioni condividono per esempio la sopradetta pronuncia nasale della ‘ayin e la pronuncia della tav rafa (senza il segno del dagesh) come [d], perciò la parola עבותות ‘funi’ in ambedue le traduzioni sarà trascritta navodod o gnavodod. Ma alla Seman Israel piemontese (astigiano) corrisponde Sceman Israel romana, con la shin che esiste senza problemi nella capitale; alla Leca

dodi (דודי לכה)2 del Nord corrisponde Leha (o Lecha) dodi di Roma, che conosce

la fricativa velare sorda [x] nel dialetto; al posto di licrad cala (כלה לקראת)3 di

Saluzzo, in cui non si conservano le doppie, troviamo licrad calla di Roma. Vale a dire che gli spartiti ci permettono di costruire una precisa carta delle pronunce dell’ebraico in Italia.

Molti sono i tratti che non dipendono dalle pronunce dialettali locale dell’italiano, ma testimoniano le peculiarità interne dell’ebraico. Per esempio, la parola ָשבועות

[Šavu‘ot] (il nome della festa) è trascritto negli spartiti astigiani Sevunod.4 La maggior parte dei tratti rappresentati in questa trascrizione abbiamo già visto: [s] in posto della shin, [n] in posto della ‘ayin, [d] in posto della tav rafa. Però molto importante in questo caso è la [e] dopo la shin, che corrisponde allo schwa in posto del qamats della vocalizzazione normativa ([a]) e che testimonia un diverso tipo morfologico della formazione di plurale della parola שבוע ‘settimana’. Importantissimo è il fatto che questo tipo morfologico, תוֹעוְּשב (shvues in yiddish), è il tipo tardo aschenazita. Come sappiamo, la comunità di Asti appartiene al rito Apam, alla cui base sta la tradizione francese aschenazita antica. Nella parola Sevunod vediamo la conservazione della trascrizione aschenazita nella morfologia della lingua; quale fonologia, invece, la pronuncia è italiana: con la ‘ayin = n e tav rafa = d.

Per finire porterò uno dei casi in cui le nostre trascrizioni conservano dei tratti antichissimi di tradizioni ebraiche in Italia. Si trovano molti esempi dell’assenza del patah ganuv (una [a] ausiliare che appare davanti una consonante gutturale alla fine della parola, come תפוח ‘mela’ che si pronuncia tapuah, o ריח ‘odore’, pronunciato reah). Infatti, il Patah ganuv spesso manca nei nostri spartiti: binson

בנוסע,5 misbec מזבח,6 ioden יודע.7 Tale assenza è un tratto molto antico, presente in Italia per esempio nel manoscritto Parma A della Mishnah, scritto in Salento

nel dodicesimo secolo, e in manoscritti medievali di makzhorim.8 Ancora un testimonio della perseveranza della tradizione ebraica antica in Italia.

Alla fine, vorrei ringraziare molto Chiara Pilocane e Bianca Gardella Tedeschi per il generosissimo invito a lavorare all’Archivio Terracini, e Baruch Lampronti e Anna Tedesco per il gentilissimo e utilissimo aiuto.

Ringrazio molto Claudio Procaccia e Silvia Hannah Antonucci dell’ASCER senza il cui aiuto non potrei fare nulla.

 

1 Per esempio Al. Mus. XI/1. I faldoni di Alessandria contengono il materiale da Asti.
2 Per esempio Sal. Mus. III/1.
3 ibid.
4 Per esempio Al. Mus. XVIII/5.

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