Intervista a cura di Filippo Levi
Tra Israele, il teatro e la traduzione

Benvenuta nella redazione di HaKeillah. Per presentarti ai nostri lettori potresti condividere qualche nota biografica e raccontarci di cosa ti occupi?
Molto volentieri. Sono nata a Verona e cresciuta a Padova. Subito dopo il diploma, a diciotto anni, mi sono trasferita a Gerusalemme per frequentare la Mekhinah, l’anno preparatorio all’università. Mi spingeva il forte desiderio di conoscere la realtà israeliana da vicino.
In che periodo ti sei stabilita in Israele?
Erano i primi anni Novanta – sono arrivata tra il 1990 e il 1991- e mi sono trovata immersa nel pieno del processo di pace, un periodo che apriva grandi speranze e prospettive. Questa atmosfera mi ha spinta a restare e a proseguire con gli studi universitari. Da un lato ero affascinata da quel contesto, dall’altro lo trovavo estremamente complesso, quasi indecifrabile. Cercare di capire dove mi trovassi e come avrei potuto contribuire a quel processo di pace — in cui allora si credeva ancora fermamente — era diventata per me una sfida quasi ossessiva.
Quanto è durata la tua permanenza?
Sono rimasta fino al 1997. Politicamente parlando, erano passati due anni dall’assassinio di Rabin e stavamo assistendo al declino, se non allo smantellamento, di quanto era stato costruito. Ho lasciato Israele con la consapevolezza che non avrei potuto radicarmi stabilmente lì: non riuscivo a immaginare di vivere in un perenne stato di conflitto.
Una volta tornata in Italia, quale percorso professionale hai intrapreso?
In realtà, il mio percorso artistico è iniziato proprio in Israele, quasi come risposta al disorientamento causato dall’impatto con quella cultura: lì ho scoperto il teatro e ho iniziato la mia formazione come attrice. Successivamente mi sono trasferita nel Regno Unito, studiando recitazione prima in Scozia e poi a Londra. Al mio rientro in Italia, ho affiancato l’attività teatrale a quella editoriale. La traduzione è arrivata quasi per caso, partendo da un’esperienza di simultanea; da lì è nata una collaborazione con Einaudi e altre case editrici, che ancora oggi rappresenta la mia professione principale.
Dunque, ti definiresti attrice e traduttrice?
Sì. Sebbene mi capiti di lavorare anche come interprete, non la considero la mia qualifica principale poiché si tratta di un mestiere basato sull’oralità che svolgo solo occasionalmente. La mia dimensione è legata principalmente alla parola scritta e alla scena.
Nella tua carriera di traduttrice dall’ebraico, ti sei trovata ad affrontare un momento molto critico quando ti è stato chiesto di tradurre Netanyahu durante una sua visita in Italia (marzo 2023). Tu ti sei opposta. Che significato ha avuto per te quel rifiuto e come interpreti oggi quella reazione, per certi versi istintiva?
È stata una decisione molto combattuta. In linea di principio, non c’è motivo per cui un traduttore non debba prestare la propria voce a qualcuno, anche se lontano dal proprio pensiero. Tuttavia, ci trovavamo in un momento storico particolare: in Israele cresceva un’opposizione fortissima a Netanyahu, culminata nel rifiuto di alcuni piloti di guidare il suo aereo. In quel contesto, ho sentito il dovere di compiere un atto politico, di prendere posizione come ebrea in Italia. Per me ha significato anche rompere un tabù: spesso, all’interno delle comunità della diaspora, esiste un pregiudizio che rende difficile criticare apertamente Israele. Quel gesto è stato profondamente significativo perché mi ha mostrato come anche una piccola azione individuale possa generare un impatto. Ho ricevuto centinaia di messaggi di ringraziamento da parte di israeliani, palestinesi e persone da tutto il mondo. Mi ha fatto capire che, sebbene spesso ci sentiamo impotenti di fronte ai grandi eventi, ognuno di noi possiede una forza che non va sottovalutata.
Cambiando argomento, ti andrebbe di raccontarci qualcosa della tua attività teatrale attuale?
Al momento co-dirigo un piccolo spazio a Carrara chiamato Teatro di Terra. È una struttura molto particolare, autocostruita in legno, terra e paglia. Ospitiamo eventi di vario genere, dalla musica alle presentazioni di libri. Recentemente, ad esempio, abbiamo ospitato Bruno Montesano e Widad Tamimi per la presentazione di “Israele e Palestina oltre i nazionalismi”.
Un progetto affascinante, verremo sicuramente a trovarti a Carrara. Un’ultima domanda: sei appena entrata nella redazione di HaKeillah, cosa ti aspetti da questa nuova esperienza?
Spero che questa collaborazione mi aiuti a elaborare il periodo durissimo che stiamo attraversando. Provo una profonda disillusione rispetto all’idea che avevo di Israele; ho sempre mantenuto uno sguardo critico, ma benevolo, mentre ora ho la sensazione che la situazione stia precipitando in un abisso. Sento la responsabilità di analizzare ciò che accade per evitare di cadere nello stesso sconforto. Credo fermamente che esista un’altra strada: quella di uno Stato per tutti i cittadini, uno Stato binazionale. Questo richiede una rielaborazione dell’esperienza sionista che sappia coniugare la critica a una comprensione più profonda delle complessità attuali.





